sabato 9 gennaio 2010

Il World Political Forum



Il World Political Forum è un think tank globalista fondato dal Premio Nobel Mikhail Gorbachev nel 2003
Dal sito web del World Political forum leggiamo la mission del gruppo Globalista:

Mission
"Il World Political Forum, è stata l'idea originale del Premio Nobel Mikhail Gorbachev, con una missione specifica: favorire i contatti tra politici, scienziati, e personalità di alto livello nella vita culturale e religiosa dei diversi continenti, religioni, lingue e culture, al fine di analizzare la questione dell'interdipendenza, ma soprattutto proporre soluzioni per i problemi della governance della globalizzazione e dei problemi cruciali che riguardano l'umanità di oggi. L'attuale ordine internazionale è scardinato e instabile. Le istituzioni sovranazionali politiche ed economiche vengono cavalcate con conflitti e disaccordi tra i loro membri. La cooperazione tra gli Stati e il nuovo ordine mondiale auspicato alla fine della guerra fredda non è riuscito ad emergere. Gli affari internazionali sono ormai caratterizzati, invece, dal disordine del mondo, come i recenti eventi che hanno aggravato fondamentali differenze di opinione in tutto il mondo.

Il World Political Forum, si prefigge di esaminare il modo migliore di organizzare il coordinamento delle istituzioni internazionali, e quali modelli per il futuro ordine sono auspicabili e realizzabili per ridurre gli squilibri e le differenze nella ricerca di un nuovo spazio politico dove le civiltà si possano incontrare e trovare un accordo per la gestione del disordine internazionale. Solo sforzi determinati,
concertati, multi-laterali e trans-sociali da parte degli attori internazionali saranno auspicabili per evitare questa spirale di disordine.

Il World Political Forum, mira a diventare un punto d'incontro e crocevia di culture, religioni, e leader, un forum aperto per il mondo intero che, attraverso l'analisi e la discussione fornirà orientamenti e fornirà nuove soluzioni ai problemi globali e tenderà verso una nuova civiltà mondiale e un quadro per un ordine democratico internazionale.

Nella sua conferenza di fondazione nel maggio 2003 e nell'inaugurale sessione di lavoro nel mese di ottobre 2003, nelle città simbolo di Alessandria e Torino, nella regione italiana del Piemonte, il World Political Forum, ha definito il percorso per una nuova cultura di pace globale. I leader mondiali passati e presenti hanno risposto all'invito del Presidente Gorbaciov e del comitato italiano di sponsorizzazione assemblato presso il World Political Forum, per la ricerca di nuove soluzioni per i problemi del mondo e per cominciare a costruire le basi per la loro risoluzione, esaminando le cause del
disordine del mondo e come queste possono essere gestite e risolte.

L'obiettivo del Forum è quello di creare una struttura permanente per il dibattito internazionale, politico e culturale per quanto riguarda i problemi del 21 ° secolo, dedicando particolare attenzione alla strettissima interdipendenza geopolitica ed economica tra le diverse aree del pianeta. E 'stato stabilito in occasione della conferenza di fondazione di proseguire i lavori del World Political Forum, nelle assemblee annuali e nelle sessioni regionali per esaminare le sfide del nuovo secolo. Il WPF non è, tuttavia, solo una riunione annuale di personalità eminenti ed autorevoli. I suoi membri fondatori hanno proclamato l'intenzione di trasformarlo in un vero e proprio centro di ricerca internazionale con sede nel Comlpesso di Bosco Marengo, al fine di affrontare i temi della governance e della globalizzazione. L'obiettivo del World Political Forum è quello di individuare, attraverso l'analisi e lo scambio intenso di esperienze diverse, soluzioni concrete e politicamente realizzabili alle sfide senza precedenti a livello mondiale del mondo multipolare, aprendo la strada verso una nuova civiltà."

Tra i membri citiamo:
http://www.theworldpoliticalforum.net/category/bio/  

Structure and Members

Founding Members
Mikhail S. Gorbachev, President
Mercedes Bresso, Co-President
Luigi Guidobono Cavalchini
Andrea Comba
Francesco Cossiga
Enzo Ghigo
Fabrizio Palenzona
Rolando Picchioni
Gianfranco Pittatore (d. 2009)
Presidency Region of Piedmont
Presidency CRT Foundation
Presidency CRAL Foundation
Presidency Province of Alessandria
Presidency Province of Turin
Ordinary Members
Giulietto Chiesa
Andrei Grachev
Vincenzo Maddaloni
Emeritus Members
Giulio Andreotti
Jacques Attali
Aleksandr Bessmertnykh
Benazir Bhutto (d. 2007)
Bono
Boutros Boutros-Ghali
Michel Camdessus
Fernando Henrique Cardoso
Emilio Colombo
H. Em. Cardinal Andrea Cordero Lanza di Montezemolo
Ralf Dahrendorf
Hans Dietrich Genscher
Gianni De Michelis
Jacques Delors
Marshall Goldman
Inder Kumar Gujral
Gyula Horn
Wojciech Jaruzelski
Toshiki Kaifu
Li Peng
Jack Matlock
Federico Mayor Zaragoza
Tadeusz Mazowiecki
Keba Mbaye (d. 2007)
Goya Morimasa
Klaus Naumann
Nursultan Nazarbayev
Georgi Parvanov
Evgeni Primakov
Michel Rocard
Oscar Luigi Scalfaro
Rudolph Schuster
Tadahiro Sekimoto (d. 2007)
H.Em. Cardinal Achille Silvestrini
Lord Robert Skidelsky
Mario Soares
Archbishop Desmond Tutu
Hubert Vedrine
Antje Vollmer
Milos Zeman
High Direction Committee
Mikhail S. Gorbachev, President
Mercedes Bresso, Co-President
Luigi Guidobono Cavalchini
Andrea Comba
Fabrizio Palenzona
Rolando Picchioni
Executive Director
Rolando Picchioni
Executive Committee
Rolando Picchioni, President
Giulietto Chiesa
Maria Leddi
Roberto Moisio
Pierluigi Sovico
Board of Auditors
Carlo Frascarolo, President
Roberto Berzia
Marco Casale
Director External Relations
Roberto Savio
Chairman Scientific Committee
Andrei Grachev
Scientific Committee
Roberto Savio, Vice-President
Khaled Fouad Allam
Piero Bassetti
Anna Caffarena
Luigi Guidobono Cavalchini
Giancarlo Chevallard
Giulietto Chiesa
Andrea Comba
Edoardo Greppi
Francisco Jarauta
Thierry Jeantet
Flavio Lotti
Corrado Malandrino
Predrag Matvejevic
Roberto Moisio
Carlo Ossola
Fabrizio Palenzona
Riccardo Petrella
Francois Trémeaud

Notiamo dall'elenco sopra che di questo think tank d'"Avanguardia" fanno parte, tra gli italiani: Francesco Cossiga, Giulio Andreotti, Gianni De Michelis, Emilio Colombo; insomma, il Nuovo che Avanza, la crema della politica italiana che ci aiuterà a dare Soluzioni Globali ai Problemi Globali. Una vera associazione partecipativa fatta dal basso, dal popolo! Tra i membri italiani troviamo anche Giulietto Chiesa, il guru dell'antisistema italiano che sostiene il Global Warming. Adesso sappiamo chi glielo ispira. Per chi non ricorda Emilio Colombo, costui è il senatore che mandava i finanzieri della sua scorta a comprargli la cocaina.
Non è difficile scoprire un'organizzazione globalista che sostiene il Nuovo Ordine Mondiale, i motti di tutte sono infatti:
Problemi Globali, Soluzioni Globali.
Regole Globali
Mai che si dica Problemi Globali-Torniamo alle nostre Radici, alle nostre Comunità locali. No, il WPF vuole addirittura fondare una "New World Civilisation", vuole diventare l'arena politica pubblica del Nuovo Ordine Mondiale. Quello che è strano è che uno come Giulietto Chiesa non può non essersi accorto di dove questo forum di elite ci vuole portare.
Secondo Gorbaciov, che si allinea "stranamente" alle opinioni del Council on Foreign Relation, il sogno del nuovo secolo americano è finito:Gli Usa con la loro posizione di supremazia ci hanno trascinato in una situazione pericolosa. Avevano vinto la guerra fredda. Hanno detto: lasciamo fare a Mosca la sua perestrojka (ndr.rivoluzione), noi non cambiamo nulla. E’ stato un peccato di presunzione, la malattia del vincitore. Occorre un nuovo ordine mondiale capace di riconoscere le esigenze di tutti. Invece la squadra del presidente Bush è convinta della superiorità totale del sistema liberale. Peccato che proprio lui sia diventato il socialista più convinto: invita a salvare le banche a spese dello stato. I suoi erano i teorici del superprofitto e del superconsumo senza limiti morali o razionali. Aggiungendo i costi delle guerre in Iraq e in Afganistan, hanno lanciato trilioni (ndr. migliaia di milioni) di dollari in una fornace senza senso”.
Tra parentesi anche i teorici del superprofitto come George Soros, dopo che hanno contribuito a distruggere il sistema finanziario globale, adesso "stranamente" chiedono Regole Globali sulla finanza.
Adesso scopriamo anche la funzione di Giulietto come demolitore della tesi ufficiale dell'attentato alle torri gemelle dell'11/9. Questa denuncia così accanita di Giulietto, seppur vera, serviva a far perdere consenso e credibilità agli Usa, e a far guadagnare consenso verso le istituzioni intenazionali.
Sempre secondo Gorbaciov si dovrà arrivare ad una forma di Governo Mondiale: " Dovremmo attrezzarci a costruire in fretta agenzie sovranazionali, cui delegare una parte della sovranità degli Stati, affinché possano prevedere, controllare, gestire, i temi critici dello sviluppo del pianeta. Bisogna agire. Per la pace serve l’ONU. Proprio l’ONU è chiamata a essere l’anello decisivo nell’organizzazione di azioni collettive di dimensione planetaria. Però, occorre cambiare l’atteggiamento nei suoi confronti, assicurarle sostegno e mettere mano a una sua riforma. Un nuovo atteggiamento è indispensabile anche nei confronti delle altre organizzazioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale per il Commercio, e probabilmente si renderà necessaria la creazione di nuove strutture sovranazionali in grado di occuparsi dei maggiori problemi globali. Proposte in tal senso sono state avanzate ma, per ora, senza risultato. Nel mondo globalizzato di oggi si fa sentire, in modo abbastanza inquietante, la tendenza al regionalismo, che si esprime nella formazione di ampi raggruppamenti economici e politici di Stati, a volte anche di dimensioni transcontinentali."

Nell'esporre questo tipo di politica Gorbacioviana è utile dichiarare che non si è a favore di una restaurazione o mantenimento del potere degli Usa. Il piano del PNAC, o Project for New American Century dei neocon era solo una fase di un piano ben piu lungo. La politica espansionistica del PNAC ha posto le premesse del declino Usa, a causa del debito pubblico stratosferico cresciuto con le imprese guerrafondaie, e ha posto le basi di un ordine transnazionale di un elite non meno inquietante.
Gorbaciov e Chiesa sono allineati nel sostenere: "O nuovo modello di sviluppo, o apocalisse"
Il WPF ha fatto una conferenza insieme al Club di Roma, altro organo globalista, il 9 giugno del 2009 dal titolo "From Global Warning to Global Policy” ; già traspare il motto: Problemi Globali - Soluzioni Globali - Politica Globale.
Il WPF sostiene infatti la Teoria Pseudoscientifica del Global Warming o Riscaldamento Globale, la quale afferma che se non riduciamo la produzione di CO2 del 60 % rispetto al volume delle emissioni del 1990, questa causerà un effetto serra che condurrà alla catastrofe globale nel giro di pochi anni.
Lo scopo della conferenza del giugno del 2009 non era quello di individuare problemi finanziari ed economici per ridurre il fantomatico Effetto Serra e quindi il Riscaldamento Globale ma, secondo il WPF "il problema chiave è nell' insufficieza di regole globali accettate da ognuno e nella debolezza delle soluzioni proposte dalle istituzioni politiche, le quali dovrebbero essere in grado di formare una comunità di Stati, di Businness Mondiale e di società civile internazionale per raggiungere questo comune obiettivo"
Le grosse potenze, come gli Usa, la Cina, il Brasile e l'India, non accettano da sole di abbasare significativamente la produzione di CO2, pertanto avrebbero tutte bisogno di norme globali sovranazionali che glielo impongano.
Regole Globali per Soluzioni Globali = Governo Mondiale.

Uno dei più ferventi adepti di questa Setta globalista del global Warning è proprio il giornalista Giulietto Chiesa.
Da questo link estraiamo il concetto pseudoscientifico più volte ripetuto da Chiesa:
"la temperatura del pianeta sta aumentando e se continua a crescere con i livelli attuali noi andremo incontro nei prossimi 20 anni ad un aumento di 3,7 – 4 gradi. Questo comporterà veri e propri stravolgimenti sul pianeta, per esempio il Bangladesh, dove abitano 400 milioni di persone, andrà sott’acqua, come pure la nostra costa adriatica.
E questo non accadrà fra 200 anni, ma fra 20, e sarà un problema della prossima generazione, dei nostri figli. L’Africa nei prossimi 10 anni aumenterà a dismisura le zone desertiche, costringendo 250 milioni di persone a scappare, verosimilmente da noi.
Per impedire ciò occorrerebbe smettere di produrre anidride carbonica ai tassi attuali perché sta surriscaldando il pianeta attraverso l’effetto serra. Ma l’anidride carbonica è un prodotto di tutto il nostro modo di vivere: si produce con le automobili, i treni, le navi, il riscaldamento, le fabbriche. In più tutta la nostra società è basata sull’utilizzo dell’energia fossile che non è certamente infinita; la quantità d’idrocarburi che c’è sottoterra è definita e si può calcolare con una buonissima approssimazione. Tant’è che gli esperti avvertono, appunto, che a breve non ce ne sarà più. In un secolo e mezzo l’abbiamo consumata quasi interamente. "

Non importa per Giulietto che ben oltre 650 scienziati di tutto il mondo, decisi nel loro dissenso, abbiano presentato al Senato americano un dossier di 233 pagine che confuta il «global warming ». Con questo documento gli skeptical scientist hanno demolito la teoria dell'Ipcc, il gruppo di scienziati che alle Nazioni Unite si occupano delle ricerche sui cambiamenti climatici, i quali sostengono un'influenza umana del 90% nelle variazioni del clima. Il Guru della Fine del Mondo Giulietto però va avanti lo stesso col suo Riscaldamento.
AliceOltreLoSpecchio ha fatto un ottimo articolo raccogliedo tutti i dati che smentiscono questa teoria:
Copenhagen, il Climagate e la bufala del Riscaldamento Globale
Il World Political Forum, in una conferenza del 10-11 Ottobre del 2008 a Venezia dal titolo "Dal Global Warming al Media Alert" si era anche preoccupato di come meglio propagandare l'allarmismo del "Global Warming" in tutti i mass media del mondo. "Giornalisti e dirigenti di testate da 29 paesi rappresentanti di 6 continenti si sono incontrati a San Servolo (Venezia), il 10 e l'11 Ottobre per sfidare i media internazionali a migliorare la comprensione da parte del pubblico degli effetti del cambiamento climatico." Secondo loro "Il ruolo dell'informazione è fondamentale per raggiungere una maggiore consapevolezza del pubblico sui rischi gravi che dobbiamo affrontare, al fine di ostacolare l'impatto del cambiamento climatico. Si tratta di una sfida globale che deve essere affrontata con uno sforzo globale." Sfida Globale, Sforzo Globale, ormai è una litania. La Conferenza si è conclusa Con Esperti del Clima e Rappresentanti dei media che hanno approvato una dichiarazione finale chiedendo alti standard di reporting di notizie sulle opzioni strategiche per evitare i danni irreversibili causati agli ecosistemi.
Chissa se tra questi alti standard rientra anche la notizia degli hackers che hanno rubato, e rivelato al pubblico, 160 megabites di e-mail dai server della Climatic Research Unit (CRU) della East Anglia University, la centrale «scientifica» principale dell’ideologia del Global Warming? In queste mail rubate gli scienziati di tale istituzione parlano continuamente di come hanno manipolato, falsificato, sottratto  files, e nascosto informazioni sulle reali temperature del pianeta.
Il World Political Forum si è occupato anche del problema dell'acqua:
da un estratto di un articolo di Riccardo Petrella, anch'egli membro del Worl Political Fomun leggiamo:
"Secondo i lavori dell'Ipcc, le conseguenze più gravi del cambiamento climatico riguardano l'acqua. (8) L'acqua è già in crisi crescente attraverso il mondo (in termini di disponibilità e di accessibilità, soprattutto sul piano qualitativo). A causa dello scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, l'acqua dolce diventerà sempre più rara. Nel 2050, il 60 % della popolazione mondiale rischia di abitare nelle regioni con una forte penuria d'acqua. La rarefazione dell'acqua dolce avrà delle ripercussioni gravi soprattutto sulla salute (9), la produzione agricola e l'alimentazione (10). Tutte le attività industriali necessitano d'acqua. La penuria di acqua farà aumentare i costi dei prodotti industriali. Siccità e carestia si diffonderanno nel mondo. I conflitti tra paesi e, all'interno di questi, tra le diverse regioni e località, si moltiplicheranno. La proprietà e l'uso dell'acqua saranno destinate a diventare, in mancanza di un radicale cambio di prospettiva, una delle principali cause di guerre del XXIÊsecolo"
In sostanza, sempre secondo l'ipcc, il problema dell'acqua sarebbe una conseguenza del Riscaldamento Globale, che abbiamo già visto essere un mito.
Dal loro sito leggiamo;
"Il World Political Forum ha preso parte alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima tenuta nel Dicembre del 2009 in Danimarca, dove ha portato all'attenzione dei partecipanti il suo Memorandum for a World Water Protocol che è stato elaborato dalla conferenza internazionale "Pace con l'Acqua", tenuta il febbraio del 2009 con la collaborazione dei Gruppi Parlamentari Europei.
Il WPF chiede che l'acqua sia inserita nell'agenda delle discussioni del COP 15, dal momento che la "crisi mondiale dell'acqua" è al centro dei problemi ambientali in cerca di soluzione negli incontri dell'UNFCC. ll Memorandum espone infatti il ragionamento che giustifica l'urgenza di una iniziativa a favore di una nuova politica delle acque in tutto il mondo, ispirata ad un nuovo paradigma politico. Esso rappresenta un contributo ai negoziati internazionali governativi in corso di definizione, in vista dei contorni e dell'approvazione di un nuovo accordo post-Kyoto 2013."
Il WPF afferma che il problema dell'acqua è esploso ovunque: Cina, Stati Uniti, Regioni Mediterranee, Asia Centrale, Australia, Africa.
In questo documento indovinate un pò cosa propone il WPF per affrontare la crisi?
Il punto 5 afferma:

"5. La Crisi dell'aqua è di portata globale.
Questa crisi richiede una risposta politica globale". Amen! E poi continua col World Water Plan o il World pact for Water: tra i punti di questo piano, a parte la retorica buonista e pacifista, apparentemente solidale e partecipativa, ci preme sottolineare questi punti:
"-Centralità di un'economia sociale basata sulla ricchezza collettiva e il patrimonio comune. Le spese relative al diritto di base all'acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, devono essere coperte dal finanziamento pubblico. Viene introdotta una tariffa pubblica , che va oltre il livello dei diritti dell'acqua, per orientare gli usi equi e sostenibili delle risorse idriche;"
Si vuole introdurre una tassa mondiale sull'acqua?
Altro punto:
"- Sarà impossibile "salvare l'acqua", senza una vera e propria politica di ingegneria istituzionale a livello mondiale. L'azione in favore di un piano dell'acqua nel mondo implica la promozione di una nuova architettura politica mondiale (NEWPA) che accresca le condizioni di vita e le aspettative del 21esimo secolo a livello mondiale."
Il conclusione al piano si auspica anche una creazione all'interno delle Nazioni Unite di una “United Nations Water Authority” (UNWA), un'organo che "dovrebbe monitorare la situazione per quanto riguarda l'uso e il consumo di acqua e risolvere le controversie per quanto riguarda questi temi. Il UNWA dovrebbe essere basato su una reale autonomia nei confronti degli interessi economici, finanziari e commerciali privati, nonché dagli interessi dei paesi più potenti." Tombola!


E' sempre il solito meccanismo:
Problema: Riscaldamento Globale (con conseguenza di Penuria di Acqua Potabile)
Reazione: Panico mondiale per la catastrofe
Soluzione: Regole Globali, Nuovo Ordine Mondiale



Da AliceOltreLoSpecchio vedi anche:
Il World Political Forum: analisi del simbolo


Aggiornamento 2013:

L'Opposizione controllata di Giulietto Chiesa



venerdì 8 gennaio 2010

Il Governo Mondiale di Pino Arlacchi

Dedico questo post a Pino Arlacchi e alla sua tesi di Governo Mondiale esposta nell'articolo "Il Governo Mondiale, l'Europa e il declino degli Stati Uniti".
Arlacchi dal luglio 2009 è europarlamentare, eletto nelle fila di Italia dei Valori con oltre 20mila voti di preferenza. E' stato Vice-Presidente della Commissione bicamerale antimafia.
Dal 1997 al 2002 è stato Vice-Segretario Generale dell’ONU e Direttore Esecutivo del Programma per il controllo delle droghe con sede a Vienna. E' professore ordinario di sociologia all’Università di Sassari. Ha insegnato alla Columbia University di New York ed all’Università della Calabria e di Firenze.
Questo articolo di Pino Arlacchi dimostra che all'interno delle sfere ufficiali l'ipotesi di un Governo Mondiale è presa molto sul serio.
L'articolo è molto esplicino e articolato; salta subito all'occhio il fatto che per farci accettare il Governo Mondiale, la propaganda ufficiale di Arlacchi, ce lo pone come una cosa bella e desiderabile, una favola intrisa di idealismo, un traguardo ambito, raggiunto il quale supereremo molti, se non tutti i problemi dell'umanità. Arlacchi dice: "Dobbiamo però avere il coraggio delle grandi idee". Di grandi idee sicuramente di tratta ma il problema è vedere a vantaggio di chi.
Esplicita la frase di Arlacchi che dice: "Quanti sanno che l’architettura stessa dell’ONU - con la sua Costituzione, la sua Assemblea, il suo Gabinetto di Governo e la sua Corte Costituzionale - fu concepita avendo in mente non solo le istituzioni americane ma un’idea, il governo mondiale, che tra il 1945 e l’inizio degli anni ’50 era condivisa da milioni di persone e da alcune delle maggiori menti dell’epoca come Bertrand Russell e Albert Einstein?"
Arlacchi, ricordiamolo, non è un teorico della cospirazione; se qualsiasi altro ricercatore o giornalista indipendente avesse detto cose del genere sarebbe stato subito accusato di "complottismo".
Una delle frasi più inquietanti è questa:
"La maggior parte degli esperti di relazioni internazionali concordano sul fatto che il più grande ostacolo all’eliminazione dei conflitti internazionali è l’assenza di una autorità legittima centrale capace di imporre regole contro la guerra. E questa capacità, aggiunge chi scrive, deve essere resa indipendente dal progresso etico, il cui sviluppo non è lineare e può conoscere lunghi periodi di arretramento.
Abbiamo bisogno di un centro universale della coercizione legittima in grado, per il fatto stesso di esistere, di proibire il ricorso alla violenza “privata” (cioè all’aggressione tra stati e alla guerra) e i intervenire a difesa dei diritti umani fondamentali.
"
Arlacchi ci spaccia le sue soluzioni come quelle che ci daranno un mondo migliore ma in pratica il monopolio centralizzato della coercizione significa la creazione di un esercito mondiale, che si opporrà a tutti gli stati o regioni reputate "violente" per qualsiasi ragione.
Ricordiamo a questo proposito come sono state inventate ad arte le prove sulle presunte armi di distruzione di massa irachene per giustificare l'intervento statunitense. Arlacchi dice:"Gli europei hanno visto sempre più l’America di Clinton e poi di Bush preoccupata di crearsi nemici da combattere con l’uso della forza: stati delinquenti e gruppi terroristici sempre all’opera in complotti anti-occidentali e sempre in procinto di procurarsi armi di distruzione di massa".
Però ci chiediamo: non sarà anche possibile che un domani, un qualsiasi paese disobbediente allo sfruttamento da parte di una ricca elite internazionalista riunita in un Governo Mondiale, possa essere attaccato attraverso un unico esercito mondiale? L'invasione potrà poi essere giustificata all'opinione pubblica Mondiale come un'Operazione di Pace, in perfetto stile Orwelliano; operazione che verrebbe spacciata come l'opera dei "Buoni" contro i "Cattivi" paesi che sostegno un fantomatico terrorismo internazionale o possiedono diaboliche armi di distruzione di massa da usare contro il Governo Mondiale.
Il Governo delle finte Democrazie Occidentali ha avuto in fondo sempre questo scopo: garantire profitti e potere ad una ricca elite nazionale, fare qualche elemosia alle masse di schiavi lavoratori in cambio della pace sociale e reprimere i dissidenti attraverso il monopolio della coercizione (il)legittima.
Questo sarà il vero volto del Governo Mondiale, al di la delle belle parole di Arlacchi per farcelo desiderare: il potere e i soldi per un'elite sovranazionale, e la schiavitu per tutti gli altri.
Per approfondire i piani dell'ONU consiglio questo forum del sito Luogocomune.net:
Verso il Governo Mondiale, il volto oscuro delle Nazioni Unite.

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Il Governo Mondiale, l'Europa e il declino degli Stati Uniti  

UNA SINTESI DELLA MIA VISIONE DI POLITICA ESTERA.
di Pino Arlacchi
26 agosto 2009

Governo Mondiale e proibizione della guerra
Non siamo in pochi a ritenere che tra le cause principali della guerra e della violenza di maggiori dimensioni che affliggono il mondo attuale ci sia la mancanza di un monopolio centrale della forza. Cioè di una autorità al di sopra dei singoli stati in grado di far rispettare la proibizione del genocidio e della guerra.
Quanto è realistica, allora, l’idea del governo mondiale? Vale la pena di riprendere questo concetto? E come andrebbe riproposto? Sotto forma di un processo di crescita del mandato dell’ONU, oppure secondo percorsi interamente nuovi?

La proposta del governo mondiale è più realistica di quanto sembri. Ed è più attuabile di quella della riforma dell’ONU a piccoli passi. Siamo alla fine dell’epoca post- 11 settembre, e l’Europa e la Cina si delineano sempre più nitidamente come poli alternativi all’egemonia USA. Entrambe vedono in una ONU opportunamente trasformata la sede più consona per lo sviluppo della pace globale.
Dobbiamo però avere il coraggio delle grandi idee, e dobbiamo perciò tornare indietro. Sì. Indietro. Perché ci sono stati dei momenti, nel recente passato, nei quali gli orizzonti del cambiamento erano più vasti, e si volava molto più alto nei progetti sull’ordine internazionale. Gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, per esempio, sono stati uno di questi momenti. Fu una stagione breve, terminata con il sorgere della guerra fredda, ma ricca non solo di idee audaci ma anche di concreti tentativi di attuarle.
Uno dei risultati più deleteri del catastrofismo oggi dominante sul futuro delle relazioni internazionali è la riduzione della scala delle proposte di cambiamento. Anche le proposte dei movimenti new global, a ben guardare, sono concezioni di riforma su singoli problemi, spesso slegate tra loro e ciascuna con una sua constituency separata. I progetti di nuove architetture globali sono oggi dominati da un modo di pensare minimalista, frutto delle disillusioni degli ultimi decenni.
Ma negli anni immediatamente successivi al 1945 la piattaforma su cui le proposte di cambiamento si elevavano era più alta. La questione dell’ordine internazionale era posta nei termini di un vero e proprio governo del mondo, e le Nazioni Unite e le istituzioni di Bretton Woods erano parte di un sistema ancora più ampio di riferimento. La pace e la sicurezza erano obiettivi strategici, ma non venivano trascurati gli obiettivi economici e sociali. Oggi può sembrare un eresia, ma il pieno impiego era considerato tra i diritti fondamentali, e come un obiettivo da perseguire in ogni parte del sistema internazionale.
Non si trattò di un ondata di demagogia e di radicalismo irrazionale. I fondatori dell’architettura globale del dopoguerra avevano in mente degli scopi molto precisi, perché erano passati attraverso terribili esperienze. Nell’avanzare piani anche molto arditi, non si domandavano quanto tasso di socialismo o di liberismo questi contenessero, ma di quanto essi li proteggessero dalla triade sciagurata della crisi economica, del fascismo e della guerra.
Non è difficile comprendere le ragioni di questo atteggiamento. La storia aveva appena dato loro una durissima lezione sul prezzo dell’assenza di una governance globale. La crescita economica e la relativa pace dell’ottocento erano terminate nelle tragedie del fascismo, dello stalinismo e delle due guerre mondiali. La catastrofe era stata determinata dallo smantellamento delle regolazioni economiche e del mercato del lavoro, ed era culminata con il collasso dell’economia mondiale negli anni trenta del novecento.
Il trionfo delle forze di mercato senza che vi fosse alcun tentativo di proteggere la società aveva sparso insicurezza e disoccupazione tra i lavoratori, rendendoli facile preda delle forze politiche più estreme. Gli esseri umani non sono delle merci, e non possono essere trattati come delle merci senza mettere a repentaglio l’intero ordine sociale. I mercati sono il contrario di quanto pensava Adam Smith. Sono dei meccanismi profondamente innaturali, e senza delle potenti salvaguardie sociali, sono in grado di distruggere qualsiasi società: «Permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale – ci ha ammonito Polanyi - porterebbe alla distruzione della società».
La grande trasformazione di Polanyi vide la luce nel 1944, l’anno nel quale si tenne la conferenza di Bretton Woods con lo scopo di ricostruire l’economia mondiale in modo da evitare un altro disastro. E fu l’interpretazione di Polanyi della reazione alla globalizzazione dell’ottocento che ispirò i dirigenti politici del dopoguerra. Essi volevano creare un economia internazionale a guida americana che permettesse l’espansione finanziaria, industriale e commerciale del pianeta dentro una cornice istituzionale capace di proteggere il benessere dei cittadini dalle defaillances del mercato. Ed erano anche acutamente consapevoli della connessione tra guerra e depressione economica.
La crescita economica successiva alla seconda guerra mondiale non fu, perciò, il risultato di una incontrollata libertà di mercato, ma il prodotto di una serie di decisioni politiche lungimiranti prese all’indomani della guerra dai leader occidentali. Gli interessi degli Stati Uniti dominarono l’intrapresa da cima a fondo, ma molti non vedevano allora una contraddizione tra questi e gli interessi del mondo occidentale. L’idea rooseveltiana degli USA come governo mondiale attraeva la maggior parte dei gruppi dirigenti del “mondo libero”, e nei primi tempi esercitò anche una forte attrazione sulla Russia di Stalin e sulla galassia dei paesi poveri.
Nel campo dell’economia, l’influenza di Keynes era molto forte. Quanta gente oggi ricorda o sa che il Fondo Monetario Internazionale – prima di essere degradato ad una estensione del Tesoro americano e prima di diventare un medico che conosce una sola terapia (disastrosa) per tutti i mali – fu una sua creatura, concepita per essere la Banca Centrale Mondiale avente in carico la stabilità finanziaria universale? Il Fondo doveva essere dotato di una sua moneta di riserva, il Bancor, con un accesso a risorse pari alla metà della importazioni mondiali, mentre il Fondo non ha mai controllato una liquidità superiore al 3% delle stesse.
Quanti sanno che l’architettura stessa dell’ONU - con la sua Costituzione, la sua Assemblea, il suo Gabinetto di Governo e la sua Corte Costituzionale - fu concepita avendo in mente non solo le istituzioni americane ma un’idea, il governo mondiale, che tra il 1945 e l’inizio degli anni ’50 era condivisa da milioni di persone e da alcune delle maggiori menti dell’epoca come Bertrand Russell e Albert Einstein?
Nonostante siano trascorsi più di sessanta anni da allora, viviamo in un epoca nella quale alcune delle basi della sicurezza mondiale non sono cambiate, ed è per questo che occorre ritornare a quel tipo di fervore intellettuale e politico. Il problema delle armi atomiche è sempre lì, con il suo corredo di questioni legate alla proliferazione. L’instabilità dei mercati è diventata ancora più minacciosa per via della loro espansione globale, ed essi hanno un bisogno ancora più acuto di regole ed istituzioni capaci di farli funzionare senza danni. Al centro della crisi finanziaria internazionale che stiamo attraversando c’è il fatto che abbiamo mercati finanziari globali senza avere alcun sistema globale di regolazione degli stessi.
Le minacce militari alla sicurezza umana sono molto diminuite rispetto ad allora, ma abbiamo bisogno di fare finalmente il salto di qualità verso la proibizione formale della guerra e verso il monopolio centrale della forza. In questo modo disporremo di maggiori energie e risorse per affrontare le sfide interamente nuove, sconosciute nel 1945, come quella della sicurezza ambientale.
Il punto centrale è politico e non è eludibile. Il bisogno di un nuovo sistema di governance non può essere soddisfatto lasciando, per così dire, libero sfogo alla creatività della società civile internazionale. Non è sufficiente che mille associazioni spontanee fioriscano e ci portino per mano nella direzione giusta. Non sarà la moltiplicazione delle NGOs che ci condurrà ad un assetto superiore della pace e della sicurezza.
Per raggiungere questo scopo è necessaria una architettura istituzionale dai contorni definiti, con regole precise e meccanismi decisionali appropriati. Una nuova governance globale non si crea prescindendo dal contesto delle organizzazioni internazionali già esistenti. Sono queste il campo di battaglia cruciale. Pieno di ambiguità e di ostacoli, ma ineludibile. La difficoltà consiste nel fatto che le istituzioni globali servono a promuovere, in molti casi, un mondo migliore, ma sono nello stesso tempo unaccountable, mancano di trasparenza e sono manipolate dalle forze responsabili delle più sfacciate violazioni delle norme internazionali.
L’arena principale della governance mondiale è la stessa di 60 anni fa, ed è quella delle Nazioni Unite e delle cosiddette “istituzioni di Bretton Woods” con i loro derivati: Banca Mondiale, Fondo Monetario, WTO, Banche Regionali di Sviluppo. Ciò significa che dobbiamo democratizzare e rafforzare i loro mandato originari. Aggiungendo, se necessario, nuove funzioni e mandati. Ed abolendo anche i rami secchi e le inefficienze più evidenti.
Questa è la stessa arena del governo mondiale, e non dobbiamo avere timore di evocarne lo spirito. Le due maggiori obiezioni all’idea del governo mondiale sono: a) il profilo autoritario che esso potrebbe assumere; b) l’allargamento del gap tra i cittadini ed i processi democratici che la sua realizzazione potrebbe comportare.
La seconda critica è superabile attraverso la proposta di creazione del Parlamento Universale, e di ciò parleremo più avanti.
La risposta alla prima obiezione è che basta limitare le prerogative centrali di un governo democratico del mondo al controllo del processo di disarmo ed allo scoraggiamento attivo dei conflitti attraverso un corpo di polizia mondiale.
Il resto del sistema internazionale non ha bisogno di una parallela centralizzazione. L’economia internazionale, soprattutto nel suo lato finanziario, necessita di un meccanismo di regolazione universale semplice, “leggero” e fair verso i paesi più deboli. Il compito di correggere squilibri e disuguaglianze può essere lasciato ad entità regionali e locali, espresse direttamente dai soggetti interessati e che accrescono anche la trasparenza e l’accountability dei processi decisionali. Ed è precisamente questo che sta accadendo, sulla scia dell’aumento dei prezzi del petrolio che ha determinato un monumentale travaso di ricchezza dal Nord al Sud e all’Est del pianeta.
I cambiamenti in questo campo sono diventati tumultuosi: Lo shock dei prezzi petroliferi è stato preceduto dalla crisi asiatica del 1997-98, ed è stato seguito a ruota dalla più grave crisi finanziaria dai tempi del 1929. Il Fondo Monetario Internazionale è stato messo alle corde in primo luogo da se stesso, cioè dalla sua faziosità pro-USA, e in secondo luogo dall’affluenza finanziaria di alcune nazioni del Terzo Mondo che non sono costrette più a ricorrere alle sue terapie. Il Fondo Monetario non è più in grado di dettare legge alla maggior parte dei paesi in difficoltà. Le nazioni bruciate dalla crisi asiatica del 1997-98 hanno accantonato riserve di valuta pregiata enormi, e non mendicano più aiuti a Washington.
L’intera America Latina - quasi 500 milioni di persone – è in rivolta. Il volume dell’assistenza economica internazionale del solo Venezuela ha superato, in America Latina, quello degli Stati Uniti. Brasile, Argentina e Venezuela hanno creato una banca multilaterale regionale, il Banco do Sur, in diretta concorrenza con le banche di Bretton Woods e il FMI.
Il declino del portafoglio prestiti del FMI negli ultimi quattro anni ha superato i più radicali auspici dei manifestanti new global: è passato da 105 a 10 miliardi di dollari, la maggior parte dei quali va a due soli paesi: la Turchia e il Pakistan.
Il Fondo è diventato l’ombra di se stesso per via dell’emergere del BRIC - il blocco Brasile, Russia, India e Cina – come polo più onesto ed amichevole di aiuto internazionale. I governi dell’Asia Orientale, dopo il fallito tentativo di dare vita all’AMF (l’Asian Monetary Fund) proposto dal Giappone, hanno formato il meccanismo finanziario dell’ “ASEAN Plus Three” che esclude gli Stati Uniti e che condurrà molto probabilmente alla creazione di una vera e propria agenzia finanziaria regionale completamente autonoma da Washington e dal FMI.
Non stiamo suggerendo, quindi, niente di stravagante. Questa strada dell’evoluzione della governance finanziaria globale è la stessa di quella che si è affermata all’interno delle democrazie liberali più avanzate: un monopolio centrale della forza fisica da un lato, ed una panoplia di combinazioni organizzative nel campo economico e finanziario dall’altro.
I teorici della governance democratica - che è una corrente di pensiero impegnata a disegnare le istituzioni della futura democrazia cosmopolita - negano con forza qualunque parentela dei loro concetti con quello del governo mondiale o di uno stato mondiale centralizzato: «La democrazia cosmopolita non deve essere confusa con il progetto di un Governo Globale - che deve necessariamente basarsi sulla concentrazione della forza in una sola istituzione – al contrario, si tratta di un progetto che auspica delle alleanze volontarie revocabili tra istituzioni governative e metagovernative, e dove la disponibilità del potere di coercizione viene in ultima istanza condivisa tra gli attori e soggetta a controllo giuridico» scrive Archibugi .
Sono in disaccordo con questa versione della governance futura che esclude il disarmo globale e il monopolio universale della violenza. E’ troppo ingenua, perché presuppone una capacità auto-affermativa delle norme che non esiste nella realtà dei comportamenti umani e di quelli degli stati. O meglio, non esiste nel grado richiesto dagli scopi della democrazia cosmopolita.
La maggior parte degli esperti di relazioni internazionali concordano sul fatto che il più grande ostacolo all’eliminazione dei conflitti internazionali è l’assenza di una autorità legittima centrale capace di imporre regole contro la guerra. E questa capacità, aggiunge chi scrive, deve essere resa indipendente dal progresso etico, il cui sviluppo non è lineare e può conoscere lunghi periodi di arretramento.
Abbiamo bisogno di un centro universale della coercizione legittima in grado, per il fatto stesso di esistere, di proibire il ricorso alla violenza “privata” (cioè all’aggressione tra stati e alla guerra) e i intervenire a difesa dei diritti umani fondamentali.
Se invochiamo “alleanze volontarie revocabili che condividono il potere coercitivo” ci esponiamo alla facile obiezione - già mossa da Hegel a Kant a proposito del progetto di Federazione degli stati avanzato nella “Pace Perpetua” - secondo la quale, non sottoposta ad un potere coattivo al di sopra delle parti capace di far osservare il patto fondamentale di non violenza, la democrazia cosmopolita è obbligata a consentire ad ognuno dei membri di uscire a suo piacimento dall’ambito della democrazia stessa, lasciando il sistema delle relazioni internazionali in balìa della provvisorietà e dell’incertezza.
E’ qui che la cosiddetta “analogia domestica”, quella con la vita interna agli stati sovrani, mostra la sua efficacia. La pacificazione tra i cittadini degli stati più efficienti, e in particolar modo tra i cittadini delle democrazie, ha raggiunto livelli molto alti, inferiori a due vittime di omicidio per ogni 100mila abitanti. Questo genere di pace è stata conseguita dagli stati-nazione attraverso l’eliminazione della violenza privata e l’affermazione di un’amministrazione pubblica della giustizia. Lungo questo processo, il potere di uso della forza è stato svincolato dalle fluttuazioni di “alleanze volontarie e revocabili” tra i detentori dei mezzi di coercizione, e non è stato disperso tra gli attori, bensì concentrato in una unica, stabile fonte di legittimità.
E’ per queste ragioni che, a livello internazionale, il disarmo generale, la proibizione legale della guerra e la creazione di una forza permanente di polizia sotto l’autorità di un ente democratico universale devono essere le architravi di ogni sforzo di governance democratica.
In queste condizioni, il pericolo della tirannia universale viene largamente scongiurato. L’origine del processo di disarmo e di concentrazione dei mezzi di distruzione non è in questo caso la forza sovrastante di uno stato egemone, superiore a tutti gli altri dal punto di vista economico e militare, cui essi finiscono col soggiacere, ma un patto federativo. Un atto giuridico-politico non dissimile da quello stipulato tra le tredici colonie degli Stati Uniti d’America, o dai trattati costitutivi dell’Unione Europea.
La messa fuori legge della guerra e la creazione di un monopolio dei mezzi di coercizione ci consentono di mettere al sicuro i progressi avvenuti dopo il 1945 con la fine del colonialismo, la diffusione della democrazia e l’affermazione della pace internazionale come valori supremi e come dati di fatto irreversibili. Ci consentono di rendere non più aleatorio l’evoluzione etico-politica che ha reso obsoleta la guerra, distruggendone una delle sue funzioni storicamente più importanti: il suo essere lo strumento di verifica dei rapporti di forza tra le grandi potenze e il veicolo dell’ascesa della nuova potenza egemone. Il fatto che la strategia di ascesa della Cina a nuova potenza egemone si svolga sul terreno della crescita economica e della tessitura di relazioni internazionali pacifiche, è un prezioso segno di questa evoluzione.

L’esempio dell’Unione Europea
Qual’è l’incentivo ad avallare un simile progetto per l’attuale quasi-monopolista della forza mondiale, gli Stati Uniti d’America, uno stato la cui presenza nello spazio, negli oceani, e sulla terraferma tramite un rete di oltre 700 basi militari che abbracciano il pianeta rende appropriato l’uso del termine “stato globale”?
Se accettiamo l’idea che l’obiettivo del governo mondiale non ha senso perché esso già esiste in quanto l’America si comporta come il governo mondiale del ventunesimo secolo, il discorso è presto concluso. Ma per accettare questo argomento dobbiamo concordare con chi sostiene che gli Stati Uniti non sono un impero come quelli del passato perché non predano risorse dai sottoposti e forniscono gratuitamente un bene pubblico di importanza suprema quale la sicurezza internazionale. In questo volume abbiamo denunciato questo modo ingannevole di concepire il ruolo degli Stati Uniti, creatori di minacce inesistenti dalle quali pretendono di proteggerci a prezzi diventati altissimi.
Chi crede che gli USA siano il governo mondiale del ventunesimo secolo deve essere preparato a condividere la logica di Michael Mandelbaum, il noto politologo americano che ha elaborato questa idea. Egli sostiene che gli USA forniscono sicurezza al mondo allo stesso modo del proprietario di una residenza patrizia che paga le guardie che gli proteggono la casa, e così facendo protegge le più umili abitazioni che la circondano, e che usufruiscono gratuitamente del servizio di protezione. Gli Stati Uniti del ventunesimo secolo, secondo Mandelbaum, «non sono il leone del sistema internazionale, che terrorizza e rapina gli animali più piccoli e più deboli per sopravvivere. Sono piuttosto l’elefante, che sostenta un'ampia varietà di altre creature - mammiferi più piccoli, uccelli ed insetti - generando del nutrimento per loro mentre si occupa di nutrire se stesso».
Bene. Chi non si trova a proprio agio nei panni di un parassita dell’elefante globale ha a disposizione tre ulteriori argomenti a favore di un monopolio mondiale della forza in grado di attrarre il sostegno degli Stati Uniti: il “dividendo della pace”, l’esempio dell’Unione Europea e il progresso della sicurezza globale.
E’importante rendersi conto di quanto sia immenso il “dividendo della pace” che una istituzione globale, capace di mantenere la pace tra gli stati, sarebbe in grado di distribuire ai cittadini americani in primo luogo, ed a quelli della terra poi, per effetto della riduzione al minimo delle spese militari. Il bilancio americano per la difesa ammonta oggi a metà delle spese militari mondiali, avendo raggiunto la cifra di oltre 500 miliardi di dollari nel 2007. Come abbiamo visto, queste sono le cifre ufficiali, ma l’esborso effettivo supera i mille miliardi di dollari.
La drastica riduzione di questo bilancio che si accompagnerebbe alla costruzione di una autentica sicurezza globale, rappresenta un forte incentivo per tutti i cittadini americani ad unirsi nell’appoggio alla creazione di un monopolio mondiale della violenza. Mi rendo conto che non è facile convincerli del fatto che il loro paese non è sul punto di essere invaso o attaccato da nessun altro stato, e che la protezione da pericoli come il terrorismo islamico non richiede di pagare il pedaggio richiesto dal complesso militare-industriale.
Ma sulla stessa lunghezza d’onda possono essere trasmessi anche altri messaggi. Come quello che non è necessario fuggire nel regno dell’utopia per trovare esempi di strategie di difesa collettiva che non si basano sulla costruzione di armi sempre più potenti, ma al contrario prevedono la riduzione dei mezzi di distruzione e la loro sostituzione con strumenti più adeguati ed efficaci.
Non è necessario andare molto lontano. Basta guardare a cosa ha fatto e sta facendo l’Unione Europea in termini di creazione di una polizia sovranazionale, di una forza di intervento rapida, e di diminuzione degli armamenti tradizionali.
L’Unione Europea sta procedendo verso la creazione di uno spazio giuridico unificato, dove disposizioni giuridiche sovranazionali come il mandato di cattura europeo, agenzie sovranazionali investigative e giudiziarie come EUROPOL ed EUROJUST stanno duplicando per il momento le corrispondenti entità a livello degli stati membri, ma all’interno di una coerente direttiva di marcia.
Il modello di una forza di intervento sovranazionale più forte delle strutture del peacekeeping delle Nazioni Unite, è la Forza di Reazione Rapida in via di costituzione in seno all’Unione Europea: 60mila soldati pronti ad intervenire nei luoghi a rischio per operazioni di risoluzione dei conflitti, e che assomigliano all’esercito permanente dell’ONU che fu istituito per pochi mesi ai tempi del primo Segretario Generale.
La trasformazione dell’Europa in un esempio di democrazia cosmopolita si sta svolgendo tramite il processo del suo allargamento a nuovi stati. L’espansione dell’Unione da un semplice accordo tra sei stati agli attuali 27 paesi con una popolazione di oltre 500 milioni di persone è avvenuta nel contesto di una accentuata diminuzione dei budget militari. L’ultima decade del ventesimo secolo sarà ricordata come un epoca di consistenti tagli dei bilanci della difesa, di riduzione della produzione di armi e di smantellamento degli arsenali in Europa e in Russia.
Gli Stati Uniti spendono oltre il doppio dei 27 stati membri dell’Unione Europea in materia di difesa. Gli USA hanno pianificato una ulteriore espansione delle spese militari nei prossimi anni, mentre l’Unione Europea ha deciso di mantenerle invariate. Il gap transatlantico è perciò destinato ad allargarsi ancora di più.
Questo gap è all’origine di una controversia infinita, e viene interpretato in due modi molto diversi tra di loro. Henry Kissinger, i neo-cons e vari altri sostenitori della concezione dell’ hard power ricordano di frequente agli europei che la potenza militare raggiunta dagli USA rispetto al resto del mondo non ha precedenti, e che non esiste perciò alcun paese o gruppo di paesi – adesso e nel prevedibile futuro – in grado di mettere in atto una sfida militare agli Stati Uniti.
Il modo di vedere che prevale in Europa è che questa interpretazione è corretta nella lettera, anche se sbagliata nello spirito a causa dell’arroganza che vi traspare. In effetti, nessun paese sta sfidando gli USA. Ma ciò avviene perché nessuno è interessato a sprecare risorse in navi e cannoni, e l’impegno emulativo prevalente nella comunità internazionale non avviene sotto forma di una corsa agli armamenti ma in termini di competizione economica e di miglioramento delle condizioni di vita dei propri cittadini. I cittadini europei e del resto del pianeta preferiscono costruire la pace attraverso strumenti diversi dalla preparazione della guerra.
La sicurezza internazionale, con il suo costante miglioramento dopo la fine della guerra fredda, rafforza ogni giorno di più questo modo di pensare, che si traduce in una crescente avversione alla guerra.
Esistono perciò diverse motivazioni razionali perché gli Stati Uniti accettino l’idea di un monopolio mondiale della forza esterno ai loro confini. Si può dire, allora, che esistono due strategie contrapposte di difesa, quella europea e quella degli Stati Uniti, l’una militare e l’altra civile?
Si, certo. Nel corso degli ultimi decenni si sono formate due concezioni della sicurezza: una è impersonata dalla “potenza militare” americana che pretende di fornire sicurezza su scala globale attraverso una macchina bellica che non ha paragoni nella storia; l’altra risiede nella “potenza civile” dell’Unione Europea che basa questa pretesa sugli accordi commerciali, l’assistenza economica, la promozione dello sviluppo internazionale e le missioni di mantenimento della pace.
Le concezioni della sicurezza non sono altro che un aspetto delle visioni complessive del futuro. Jeremy Rifkin ha spiegato nel 2004 come l’Europa ha creato una nuova visione del futuro che ha lentamente eclissato il sogno americano. Queste due concezioni hanno finito col contrapporsi in modo netto lungo gli anni ‘90. Gli europei hanno visto sempre più l’America di Clinton e poi di Bush preoccupata di crearsi nemici da combattere con l’uso della forza: stati delinquenti e gruppi terroristici sempre all’opera in complotti anti-occidentali e sempre in procinto di procurarsi armi di distruzione di massa. Il governo USA non si è curato di investire in trattative diplomatiche e compromessi politici in grado di stimolare transizioni dall’autoritarismo e dalla “delinquenza” verso la democrazia.
Gli americani hanno visto gli europei sempre più impegnati a procurarsi dei vantaggi commerciando con i nemici degli Stati Uniti (come l’Iran e la Libia). Senza incomodarsi ad investire negli armamenti necessari a confrontarsi con i regimi ostili. Tanto, c’era il bastone americano dietro l’angolo, pronto a colpire nei casi di emergenza o di fallimento delle strategie soft.
Ma gli europei sono pronti a replicare che contro un paio di casi come la Bosnia e il Kosovo negli anni ’90, dove gli Stati Uniti hanno fornito la forza aerea necessaria per prevalere in quelle guerre, c’è l’apporto decisivo alla soft security mondiale fornito dalla massiccia assistenza allo sviluppo di origine europea. L’Unione Europea provvede al 55% del totale dell’assistenza internazionale, e ai due terzi dell’aiuto sotto forma di contributi a fondo perduto. Ma anche in Bosnia e Kosovo gli europei hanno messo in campo, dopo le guerre, l’80% delle forze di mantenimento della pace ed oltre il 70% dei fondi per la ricostruzione.
Gli europei pensano che la loro politica di sicurezza sia più efficace di quella americana, anche perché è più adatta al tipo di minacce che oggi prevalgono. Se le guerre internazionali sono sempre più rare, e sono i conflitti a bassa intensità quelli dominanti, allora sono più utili strumenti differenti. La politica della sicurezza internazionale dell’Europa di oggi si basa sull’impiego di aiuti economici nelle aree in conflitto, sulla costruzione di dispositivi legali e costituzionali democratici, e sull’uso delle forze armate solo come forze di interposizione, di protezione dei diritti umani e di intervento umanitario.
Questo approccio è espresso con nettezza da Solana, il responsabile europeo per la politica estera e di sicurezza comune: «In contrasto con le minacce grandi e visibili della guerra fredda, nessuna delle nuove minacce è esclusivamente militare, né può essere fronteggiata solo con mezzi militari. Ciascuna richiede un mix di strumenti».

Il Parlamento Mondiale
La proposta del governo mondiale, inoltre, deve andare di pari passo con quella del parlamento universale. Anche qui, è l’Europa l’esempio da seguire. Il Parlamento Europeo è un parlamento sovra-nazionale con ampi poteri, che esprime la volontà di mezzo miliardo di persone. Perché non estenderne l’esempio al pianeta? Ogni essere umano ha diritto ad essere rappresentato nelle sedi democratiche dove si decidono sempre più i suoi destini.
L’attuale crisi delle Nazioni Unite nasce precisamente da qui, dalla loro incapacità di rispondere al loro mandato originario che le obbligava a riferirsi non solo agli stati ma anche ai singoli individui. La dimensione universalistica dell’organizzazione - “noi, il popolo delle Nazioni Unite” – non si riflette adeguatamente nella sua configurazione istituzionale. La sorgente di legittimità dell’ONU è nei diritti dell’individuo come membro della razza umana, come cittadino del pianeta, e ciò deve riflettersi in ogni progetto di nuova architettura.
C’è un largo deficit democratico da colmare, dando ai cittadini del mondo, senza riguardo alla loro nazionalità, una voce diretta negli affari mondiali. Un numero crescente di persone sono frustrate dal fatto che decisioni cruciali per la loro vita non vengono più prese da istituzioni sulle quali essi hanno influenza, ma si sono spostate verso organi internazionali che non rendono conto ad alcuna costituente democratica. Le organizzazioni multilaterali sono delle macchine diplomatiche, politiche e militari molto lontane dal controllo popolare.
Qualunque serio tentativo di riformare le Nazioni Unite tenendo conto del loro deficit democratico deve perciò prendere in considerazione l’idea di un organismo popolare eletto globalmente, e capace di trasformare le relazioni internazionali da un campo di esclusiva pertinenza governativa ad una arena democratica, dove rappresentanti popolari eseguono mandati democratici.
Prima della globalizzazione, una idea come questa poteva essere considerata utopica. Ma la rivendicazione di partecipazione diretta dei cittadini alle questioni internazionali non può più essere ignorata. Specialmente dagli stati membri dell’ONU che vanno orgogliosi delle loro procedure democratiche.
Si dice spesso che i governi che non vengono eletti liberamente mancano di legittimità politica. Ma noi ci troviamo a vivere in un ordine globale squisitamente non-democratico, dove decisioni cruciali vengono prese da funzionari che non sono stati eletti da nessuno, e che non rispondono a nessuno dei loro atti. Tutti i cittadini dei regimi democratici godono di una fondamentale prerogativa che li intitola a partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita. Perché questa prerogativa deve essere limitata al campo della politica interna, e non deve riguardare processi globali che influenzano direttamente la vita collettiva?
Sebbene il potenziale politico per iniziare una democratizzazione dell’ONU sia già in corso di crescita, ciò non è sufficiente. Come realizzare, allora, un Parlamento Mondiale, un parlamento di tutti gli abitanti della terra da associare alla attuale Assemblea Generale composta di stati, dando luogo ad una specie di legislatura bicamerale mondiale?
Uno strumento utile può essere quello adoperato negli anni ’90 per il conseguimento di importanti successi come il Trattato di Kyoto sul global warming, la convenzione contro le mine antiuomo, il Trattato che istituisce la Corte Penale Internazionale e la Convenzione di Palermo contro la criminalità organizzata transnazionale.
Voglio dire un Trattato promosso da una alleanza tra la società civile (organizzazioni senza fine di lucro, associazioni volontarie, business groups, ecc.) ed i cosiddetti middle powers. Guardiamo un po’più da vicino i soggetti di questa alleanza.
Iniziamo dalla società civile universale, un entità che ha iniziato a giocare un ruolo talvolta determinante nella politica internazionale. Il numero delle NGOs internazionali è cresciuto esponenzialmente negli anni ’90, passando da 6mila a 26 mila, e comprendendo entità che vanno dal WWF, il Fondo Mondiale per la Natura con 5 milioni di aderenti, a piccole associazioni di nicchia. Le NGOs sono diventate una potenza economica, e sono ormai in grado di trasferire più risorse della stessa ONU. SI tratta di una componente nuova del sistema internazionale, che critica spesso le manchevolezze della globalizzazione, e che si batte per la trasparenza delle organizzazioni multilaterali.
L’alleanza tra la società civile e un gruppo di piccoli e medi stati value-oriented, sensibili cioè ai valori ed ai richiami della solidarietà umana, è cruciale per il programma di democratizzazione delle Nazioni Unite e per la realizzazione del Parlamento Universale.
All’interno dell’ONU si è formato un gap piuttosto rilevante tra i middle powers, le “medie potenze” come esse si definiscono, da una parte, e le nazioni che perseguono strategie più orientate verso la massimizzazione del proprio potere e della propria ricchezza dall’altro. Le medie potenze sono paesi come quelli scandinavi più il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e un numero variabile di nazioni in via di sviluppo come il Messico, il Brasile ed altri.
I middle powers sono stati che hanno deciso di andare oltre il ruolo di luogotenenti delle grandi potenze, hanno rinunciato alla corsa agli armamenti nucleari, ed hanno un curriculum di mediatori e risolutori di problemi negli affari internazionali. Poiché essi ambiscono alla leadership morale della comunità internazionale, essi sono molto sensibili alle questioni che le grandi potenze si rifiutano di trattare. I middle powers sono campioni della giustizia internazionale e della pace mondiale, dei diritti umani, del disarmo e dell’eliminazione delle armi atomiche. Si battono contro i bambini-soldato, il turismo sessuale, le mine antiuomo e le bombe a frammentazione.
L’alleanza tra questi stati e la società civile universale può produrre il testo di un Trattato che istituisce una assemblea, e sulla base di questo testo si possono iniziare dei negoziati. Il processo che può portare alla realizzazione di questo Trattato è stato descritto da Falk e Strauss: «La società civile potrebbe organizzare una campagna di pubbliche relazioni e persuadere gli stati (attraverso dei compromessi se ciò si rendesse necessario) a firmare il Trattato. Come nel processo che ha portato infine alla Convenzione contro le mine antiuomo, un piccolo gruppo di paesi potrebbe aprire la strada. Ma a differenza di quel Trattato, che ha richiesto la ratifica di 40 stati prima di entrare in effetto, un numero relativamente più ristretto di paesi (diciamo 20) potrebbe fornire la base costituente di una assemblea di questo tipo. Questo gruppo è solo una frazione di quanto sarebbe necessario perché una simile assemblea abbia qualche pretesa di legittimità democratica globale. Ma una volta che questa assemblea diventasse operativa, il compito di guadagnare membri addizionali diventerebbe più facile. Ci si troverebbe di fronte ad una organizzazione alla quale i cittadini potrebbero chiedere ai loro governi di aderire. Man mano che gli stati iniziassero ad aderire, aumenterebbero le pressioni sugli stati membri per spingerli a partecipare. L’assemblea verrebbe a questo punto incorporata nell’ordine costituzionale internazionale in evoluzione».
L’avvento di un organo democratico internazionale come il Parlamento Mondiale incontrerebbe ostacoli formidabili: i regimi autoritari lo osteggerebbero perché esso li costringerebbe a far votare i propri cittadini secondo standard elettorali avanzati. Gli stati che fanno parte del Consiglio di Sicurezza non gradirebbero un potente competitore nel campo della risoluzione dei conflitti internazionali.
Tuttavia, dal momento che il numero dei regimi non democratici si contrae di anno in anno su scala mondiale, e l’unico paese non democratico appartenente al Consiglio di Sicurezza (la Cina) beneficerebbe largamente di un sistema elettorale per l’Assemblea Universale basato sul principio “un individuo, un voto” (non importa quanto “corretto”), questo ostacolo non sarebbe, nel lungo periodo, insormontabile.
La più forte opposizione al Parlamento Universale arriverebbe quasi sicuramente dal governo degli Stati Uniti. Anche se la seconda camera delle Nazioni Unite verrebbe alla luce senza poteri deliberativi, l’unilateralismo degli USA nelle questioni internazionali non favorirebbe la creazione di un organismo mondiale dotato di un grado di legittimità senza precedenti. Un Parlamento Globale democraticamente eletto dai cittadini del pianeta deterrebbe una tale autorità morale da rendere estremamente difficile, anche per una superpotenza, contrastare le sue raccomandazioni.
Il governo americano lo considererebbe come una seria minaccia alla sua predominanza internazionale e mobiliterebbe le sue risorse contro ogni piano per crearlo. Per superare una simile preclusione da parte statunitense, l’alleanza tra middle powers e società civile potrebbe non essere sufficiente. Dovrebbe emergere un centro alternativo di potere in grado di sostenere il progetto della democrazia globale. Secondo alcuni scienziati politici come Levi, è ragionevole pensare che l’Europa potrebbe giocare tale ruolo.
L’Unione Europea è la regione del mondo dove un prototipo del Parlamento Universale opera da ben 40 anni. Il Parlamento Europeo è stato creato nel 1957. Insieme alla Commissione Europea e al Consiglio dell’Unione Europea, è uno dei tre organi dell’Unione.
In una prima fase, i delegati al Parlamento Europeo erano nominati dai parlamenti nazionali, ma dal 1979 in poi i cittadini hanno eletto direttamente i loro rappresentanti. Sebbene abbia iniziato ad operare come un entità largamente consultiva, la sua natura di organo la cui rappresentanza è espressione diretta degli elettori ha finito col creare un inarrestabile spinta verso l’assunzione di poteri. Nell’anno 2000 il Parlamento Europeo ha fatto cadere la Commissione Europea con un voto di sfiducia. Adesso, dopo i Trattati di Maastricht, Amsterdam e Nizza degli ultimi dieci anni, il Parlamento Europeo ha conquistato poteri di veto sull’80% della legislazione dell’Unione. Lo stesso Parlamento ha già approvato una mozione in favore di un piano per la costituzione del Parlamento Mondiale.
L’unificazione europea si è svolta durante un processo di superamento sia dello stato-nazione che della sua tendenza verso la rivalità e il dominio degli altri stati. Gli stati membri dell’Unione sono democrazie avanzate, dove le tendenze militariste ed aggressive si trovano ad un minimo storico. Il blocco di potere intorno alla spesa militare ha un peso molto scarso nell’opinione pubblica e nella politica di tutti i paesi. L’embrionale politica estera dell’Unione Europea non ha perciò aspirazioni egemoniche.
Si può assumere, quindi, che l’obiettivo dell’Europa non sarà la sostituzione degli Stati Uniti come superpotenza mondiale. E’ più probabile che il vecchio continente persegua una politica di cooperazione con gli USA, tentando di gestire insieme l’ordine mondiale, in alleanza con la Cina, l’India, le altre potenze emergenti e i raggruppamenti regionali. Questo processo può generare una forza sufficiente a convincere gli Stati Uniti a cessare la loro opposizione al Parlamento globale e alla crescita di un ordine democratico universale.

sabato 2 gennaio 2010

Il Piano di Governance Globale del Council on Foreign Relations e il Nuovo Ordine Mondiale



Alcuni credono persino che facciamo parte di una congiura segreta che lavora contro gli interessi degli Stati Uniti, caratterizzando la mia famiglia e me come ‘internazionalisti’ e che cospiriamo con altri in tutto il mondo per costruire una struttura politica ed economica globale integrata – un unico mondo, se volete. Se questa è l'accusa, mi dichiaro colpevole e sono fiero di esserlo.”
David Rockefeller
 

In questo articolo presento e commento il documento ufficiale del Council on Foreign Relations (CFR) dal titolo "Istituzioni Internazionali e Programma di Global Governance, Ordine Mondiale nel 21esimo Secolo" pubblicato il primo maggio del 2008.
Questo documento è stato da me tradotto in italiano, vi prego di segnalarmi eventuali errori.
Il documento è a tutti gli effetti un Manifesto degli obiettivi del circolo elitario in questione.
Questo manifesto si contrappone al documento del settembre del 2000 dal titolo "Rebuilding America's Defenses", un altro manifesto elitario elaborato dal PNAC (Project For New American Century), un think tank neoconservatore con sede a Washington. Il piano che il PNAC delineava era quello di un dominio globale incontrastato degli Usa sul mondo intero per il secolo avvenire. Gli Usa avrebbero agito con la forza e unilateralmente per conseguire questo obiettivo e avrebbero scalzato qualsiasi potenza rivale. Tra i fondatori del PNAC ci sono Dick Cheney e Donald Rumsfeld. Questi personaggi poco dopo avrebbero preso il potere e avrebbero messo in pratica il progetto del PNAC.
Ma il PNAC era solo una strategia momentanea all'interno di un processo ben più lungo. Gli obbiettivi "collaterali" del PNAC erano quelli di dimostrare nella pratica i disastri provocati da un'unica Super Potenza Globale che si erge, sopra le altre, a paladina dell'Ordine Mondiale. Ed è proprio a questo punto che entra in scena il CFR con il suo Programma di Governance Globale del 2008. Nel programma del CFR leggiamo: "Questo scetticismo istintivo (degli Usa, ndr) verso la cooperazione multilaterale , che è stato particolarmente pronunciato al termine del primo mandato dell'amministrazione di George W. Bush, è improbabile che scompaia. Tuttavia, i primi anni del nuovo millennio hanno dimostrato i limiti dell' azione unilaterale degli Stati Uniti, militare o no, per mitigare le minacce e sfruttare le opportunità poste dalla globalizzazione. Indipendentemente dal fatto che l'amministrazione che entrerà in carica nel gennaio 2009 sia democratica o repubblicana, la direzione della politica estera statunitense è probabile che sia multilaterale in misura significativa." Questo non vuol dire che improvvisamente gli USA abbandoneranno le azioni unilaterali, anche perchè, secondo il documento, questi "probabilmente resteranno l'attore più importante del mondo almeno fino al 2050", ma che nel complesso ci sarà uno spostamento verso azioni multilaterali. Il Programma ha come fondamento la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale basato sul Multilateralismo con il contemporaneo ridimensionamento del potere degli Stati nazionali. L'esecutore materiale attuale di questo progetto di lungo corso è l'intera amministrazione di Barak Obama, di fatto un feudo del CFR, che sostituisce l'amministrazione PNAC-Bush alla presidenza degli Stati Uniti.
Prima di procedere nell'analisi facciamo una piccola introduzione al CFR.
Il CFR, è bene ricordarlo, non è parte del governo degli Stati Uniti, ma è un organismo privato non eletto, una specie di lobby superpotente che condiziona dall'alto tutte le politiche statunitensi e non solo. Il C.F.R. ( http://www.cfr.org/) fu fondato a Parigi nel 1921 da Edward Mandell House, consigliere del presidente Wilson alla Conferenza per la Pace, grazie al finanziamento della famiglia Rockefeller. All’atto di fondazione parteciparono 650 membri, il Gotha del mondo degli affari americano, e, negli anni, hanno finanziato il C.F.R. giganti economici del peso di American Express, American Security Bank, Archer Daniel Midland Foundation, Cargill Inc., Chase Manhattan Bank, Coca Cola C., Coopers & Librand, Elf Aquitane, Exxon Corp., Finmeccanica S.p.a., General Electric Foundation, General Motors Corp., Hill & Knowlton, ITT Corp., Johnson & Johnson, Levi Strauss Fdt., Manufacturers Honover Trust, McKinsey, Mobil, PepsiCo, RJR Nabisco, Salomon Inc., Shearson Lehman Brothers, Smithkline Beecham Corp., Volvo Usa, Young & Rubicam.
"…il CFR ha vigorosamente appoggiato al debutto con tutta la sua potenza economica e finanziaria la costituzione dell’ONU, considerata come una tappa maggiore verso la realizzazione del Governo mondiale…" ( Carroll Quigley, “Tragedy and Hope”)
Paul Scott, cronista del Washington Post, parlando dell’uomo politico più potente che il CFR abbia mai annoverato tra le sue fila disse: "Kissinger crede che controllando gli alimenti si può controllare il popolo e controllando l’energia, il petrolio, si possono controllare le nazioni e i loro sistemi finanziari. E’ convinto che mettendo il cibo e il petrolio sotto un controllo internazionale e istituendo un nuovo ordine monetario internazionale è possibile che un governo mondiale, almeno agli inizi sotto l’egida delle Nazioni Unite, diventi una realtà..."
Il Programma di Governance Globale dice:
"  L' agenda globale di oggi è dominata da una serie di questioni, dal terrorismo ai cambiamenti climatici alla proliferazione delle armi di distruzione di massa che nessun singolo paese, non importa quanto potente, può affrontare da solo".
Il senso del documento del CFR è che a fronte nuovi problemi e minacce globali, cioè di carattere sovranazionale, come il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, le malattie infettive, le crisi economiche e la distruzione dell'ambiente, dovranno esserci risposte globali, attraverso la riforma di istituzioni storiche mondiali e la riduzione del potere degli stati nazione. Il documento dice esplicitamente: "  il programma potrebbe raccomandare riforme a una serie di "istituzioni "  fondamentali"   dell' Ordine Mondiale, tra cui le Nazioni Unite (in particolare la composizione del Consiglio di Sicurezza), il G-8, la NATO, e le istituzioni di Bretton Woods, così come alle principali organizzazioni regionali, come l'Unione europea (UE), l'Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), l'Unione africana (UA), e l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Dove appropriato, il Consiglio esaminerà anche la possibilità di meccanismi di governance globale, che siano meno stato-centrici". Cioè il CFR spinge per una riduzione di potere dello Stato nazione e un aumento di potere degli organismi transnazionali nella governance globale. Di fatto un Governo Mondiale.
E' interessante analizzare i problemi e le minacce sovranazionali che il CFR propone; tra queste troviamo:
- Il terrorismo di matrice salafita-islamico, al-Qaeda e le organizzazioni affiliate.
- La proliferazione delle armi di distruzione di massa.
- La diffusione delle tecnologie catastrofiche.
- L'aumento di reti terroristiche transnazionali
- L'emergere di più di trenta agenti patogeni sconosciuti, compreso l'HIV / AIDS, Ebola, SARS e l'influenza aviaria, per i quali non sono ancora disponibili cure, come pure il riemergere e la diffusione di più di venti malattie conosciute, tra cui la tubercolosi, la malaria e il colera, spesso in modo più virulento e resistenti ai farmaci.
- I cambiamenti climatici, l'esaurimento delle risorse marine come le scorte di pesce e le barriere coralline, la deforestazione e la desertificazione, la perdita di biodiversità e la minaccia di estinzione delle specie , l'inquinamento atmosferico, l'esaurimento dello strato di ozono.
- L'Insicurezza Energetica; l'aumento drammatico dei prezzi del petrolio a livello mondiale, l'esaurimento di molte riserve petrolifere accertate, l'insaziabile appetito cinese per i combustibili fossili, l'instabilità politica in regioni produttrici di petrolio come Nigeria e Iraq, e l'ascesa delle "  petro-autocrazie" come Russia e Venezuela.
- Il sistema finanziario internazionale.

Molti seri ricercatori indipendenti, studiosi di questi problemi e minacce, sono arrivati, dopo un attento studio, alla conclusione che si tratta di minacce controverse se non letteralmente costruite. Il terrorismo di Al-Qaeda, secondo Chossudovsky, è stato letteralmente creato e finanziato dalla Cia per interessi Statunitensi fin dall'epoca della guerra in Afghanistan contro l'URSS nel 1979. Ci sono prove schiaccianti che l'attentato dell'11 settembre, addebitato al terrorismo internazionale di matrice islamica, sia stato in realtà un lavoro interno dell'elite Occidentale. Interessante poi la citazione di agenti patogeni sconosciuti un anno prima della dichiarazione di Pandemia da parte dell'OMS a causa del virus H1N1, pandemia letteralmente inventata dalle case farmaceutiche al fine di imporre a tutto il pianeta i loro costosi, inutili e dannosi vaccini. Questo allarme pandemico è anche un perfetto esempio di gestione centralizzata delle emergenze, avente come centro operativo l'OMS (che ha dichiarato la Pandemia cambiando la definizione della stessa) e non più gli USA. Per quanto riguarda infine il cambiamento climatico, la sua natura antropica sembra ormai confutata, soprattutto dopo lo scandalo suscitato dalla pubblicazione delle email private dell'IPCC rubate da hacker che si sono infiltrati nel sistema di questa organizzazione.
Adottando la più classica delle strategie per manipolare l'opinione pubblica, cioè quella del Problema-Reazione-Soluzione, si può senz'altro proporre che la creazione di questi "presunti" problemi Globali abbia il fine di suscitare un allarme internazionale con una conseguente richiesta da parte dell'opinione pubblica mondiale di interventi globali. Ed è a questo punto che il CFR arriva con la sua soluzione, che è quella di "Riformare le Istituzioni Fondamentali dell'Ordine Mondiale". In ogni settore il CFR non dice di avere delle soluzioni già definite ma dice che sono stati creati gruppi di studio appositi; tutti i gruppi di studio però sono indirizzati verso un Ordine Mondiale Multilaterale. Per quanto riguarda Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad esempio: "il programma (del CFR, ndr) esaminerà le prospettive e le condizioni per un rinnovato sforzo di riforma che possa rispondere alle aspirazioni di giocatori critici (tra cui Giappone, India, Germania e Brasile), mentre estenderebbe la rappresentanza del Consiglio di Sicurezza all'Africa e al Medio Oriente."   Per G8 il CFR dice: "L'obsolescenza degli attuali meccanismi di governance globale è sempre più evidente nella gestione dell'economia mondiale, visibile durante l'ultimo summit annuale del G-8. E' semplicemente un non senso escludere da questo Direttorato globale le più grandi economie emergenti del mondo, tra cui Cina, India e Brasile, nonché molteplici altre medie potenze. Il programma dovrà esaminare la fondatezza delle recenti proposte per ampliare la composizione del G-8 (come la proposta di un "  L 20"   sostenuta dall'ex primo ministro canadese Paul Martin), nonché la creazione di gruppi  discrezionali su questioni politiche, economiche o funzionali (ad esempio, l'energia o la migrazione )."
E' anche molto interessante valutare la strategia che il CFR ha adottato riguardo alla guerra.
Dove il PNAC proponeva una decisa azione unilaterale degli USA, il CFR sottolinea i limiti e le critiche alle azioni unilaterali: "
..i primi anni del nuovo millennio hanno dimostrato i limiti dell' azione unilaterale degli Stati Uniti, militare o no, per mitigare le minacce e sfruttare le opportunità poste dalla globalizzazione" e "La situazione di stallo diplomatico null'Iraq nel 2002-2003 - come la crisi del Kosovo precedente del 1999 - hanno sollevato questioni fondamentali per il ricorso all'uso della forza da parte degli Stati Uniti, dopo il disaccordo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. A seguito di entrambi gli episodi, alcuni osservatori hanno suggerito la necessità di alternative (o surrogati) alle fonti per la legittimazione della forza armata, mentre altri hanno messo in guardia contro un precedente pericoloso."   E' anche interessante notare la similitudine tra il PNAC e CFR riguardo all'identificazione delle minacce derivanti da stati "violenti" e all'elaborazione di una dottrina per contrastarle: "  Allo stesso tempo, c'è stato un crescente sostegno internazionale, in particolare tra i governi occidentali, a una dottrina della sovranità contingente, in base alla quale i paesi colpevoli di genocidio, terrorismo, e di ricerca di armi di distruzione di massa, perderebbero la loro presunzione contro l'intervento esterno."
Ricordiamo tutti le storielle inventate a proposito delle armi di distruzione di massa irachene per giustificare la guerra preventiva. Il documento poi afferma: "Oggi, più di 100.000 caschi blu vengono distribuiti in una ventina di operazioni in tutto il mondo - più che in qualsiasi altro momento della storia delle Nazioni Unite.Tuttavia, la complessità e il ritmo di tali sforzi multidimensionali hanno esaurito le capacità modeste del Dipartimento dell'Onu per le Operazioni di Mantenimento della Pace". E poi: ""
Fino ad oggi, tuttavia, la "  guerra globale al terrorismo"   ha spesso avuto un francobollo "  made in USA",  piuttosto che rappresentare un'impresa davvero multilaterale"". A questo punto possiamo delineare i contorni del Nuovo Ordine Mondile della Guerra, secondo il CFR. Esso dovrà comprendere, ad esempio, azioni di un'ONU riformata, più potente e decisa, e una diminuzione di influenza delle decisioni dei singoli stati nazionali. E' possibile quindi che a qualsiasi stato o regione "disobbediente" all' Ordine Mondiale per qualsiasi ragione, verrà affibiata l'etichetta di "stato violento" attraverso l'invenzione o la manipolazione di storie sulla condotta di questo stato o regione; queste storie giustificheranno l'uso della forza multiaterale da parte del Nuovo Ordine Mondiale, che, attraverso una polizia internazionale o un unico esercito mondiale, ristabilirà l'Ordine nella regione "violenta".
Dopo questa ultima considerazione vi propongo la lettura del documento.


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Istituzioni Internazionali e Programma di Governance Globale
Ordine Mondiale nel 21esimo Secolo

Una nuova iniziativa del Council on Foreign Relations
1 maggio 2008

Il Council on Foreign Relations (CFR) ha avviato un ampio programma di cinque anni sulle istituzioni internazionali e la governance globale. Lo scopo di questa iniziativa trasversale è quella di esplorare le esigenze istituzionali per l'ordine mondiale nel XXI secolo. L'impresa riconosce che l'architettura della governance globale, riflettendo in larga misura il mondo come era nel 1945, non ha tenuto il passo con i cambiamenti fondamentali nel sistema internazionale, incluso ma non limitato alla globalizzazione. Gli accordi multilaterali esistenti in tal modo forniscono una base inadeguata per affrontare le più pressanti minacce e opportunità di oggi e per promuovere l'interesse nazionale degli Stati Uniti e più ampi interessi globali. Il programma mira ad individuare i punti deboli critici nei quadri attuali per la cooperazione multilaterale; propone riforme specifiche, adeguate alla nuova situazione mondiale, e promuove una leadership Statunitense costruttiva nella costruzione delle capacità delle organizzazioni esistenti e nella sponsorizzazione di nuove e più efficaci istituzioni regionali e globali e
di partnerships . Questo programma è reso possibile da una generosa donazione della Fondazione Robina.
Il programma si basa su risorse del CFR David Rockefeller Studies Program per valutare gli attuali meccanismi di governance globale e regionale e offre raccomandazioni concrete ai responsabili politici degli Stati Uniti sia sulle riforme specifiche necessarie per migliorare le loro prestazioni, sia per promuovere gli interessi nazionali americani, che per garantire la fornitura di beni pubblici critici a livello mondiale
. Il programma avrà un approccio settoriale, concentrandosi sugli accordi che regolano il comportamento dello Stato e la cooperazione internazionale e riunisce quattro set di sfide: (1) Lotta contro le minacce transnazionali, compreso il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa, e le malattie infettive; (2) tutela dell'ambiente e promozione della sicurezza energetica; (3) gestione dell'economia globale, e (4) prevenzione e risposta a conflitti violenti. In ognuno di questi ambiti, il programma prenderà in considerazione se il quadro più promettente per la governance è un' organizzazione formale con l'adesione universale (per esempio, le Nazioni Unite), una regionale o sub-regionale, una più ristretta coalizione informale di paesi , o una combinazione di tutti e tre. Sulla base di queste indagini, il programma prenderà in esame anche la possibilità di adeguare le istituzioni fondamentali (ad esempio, l'ONU, il G8, NATO, FMI) per affrontare le sfide di oggi, così come la possibilità di creare nuovi quadri. Si affronterà anche la partecipazione di attori non statali.
Il programma rientra esattamente nella missione storica CFR come un'organizzazione indipendente nopartisan, think tank, editore impegnato ad essere una risorsa per i suoi membri, funzionari di governo, dirigenti d'azienda, giornalisti, educatori e studenti, leader civili e religiosi, e altri soggetti e cittadini interessati al fine di aiutarli a comprendere meglio il mondo e le scelte di politica estera negli Stati Uniti e in altri paesi. Nello svolgimento del suo mandato, il programma si basa su attributi unici del CFR come un think tank di primo piano su questioni di politica estera, come un forum importante per la convocazione di statisti americani e internazionali e di opinion leader, e come piattaforma per forgiare un consenso bipartisan sulle priorità, i termini e le condizioni di un impegno globale della nazione. Nel corso della sua attività, CFR impegnerà le parti interessate e collegi elettorali negli Stati Uniti e all'estero, compresi i governi, le organizzazioni non governative (ONG), i rappresentanti della società civile, e il settore privato, il cui ingresso e la specializzazione sono fondamentali per garantire l'appropriatezza e la fattibilità di eventuali riforme istituzionali. Il programma è condotto da Senior Fellow Patrick Stewart. La presente nota riassume le motivazioni del programma, descrive le potenziali aree di ricerca e di impegno politico, e delinea prodotti e attività. Noi crediamo che la ricerca e l'agenda politica descritta qui costituisca un contributo potenzialmente significativo per gli Stati Uniti e per le deliberazioni internazionali circa i requisiti per l'ordine mondiale nel XXI secolo.
Motivazione e contesto
la rilevanza della questione
La creazione di nuovi quadri per la governance globale sarà una sfida determinante per il mondo del XXI secolo, e l'atteggiamento degli Stati Uniti sara tra i fattori più importanti nel determinare la forma e la stabilità dell'ordine del mondo che risulta da questi sforzi. La necessità di una riforma, con un robusto sistema di cooperazione multilaterale non è mai stata più evidente. L' agenda globale di oggi è dominata da una serie di questioni, dal terrorismo ai cambiamenti climatici alla proliferazione delle armi di distruzione di massa che nessun singolo paese, non importa quanto potente, può affrontare da solo. Le sfide di domani e i programmi politici saranno sempre più di portata transnazionale. Allo stesso tempo, le istituzioni multilaterali esistenti sono sempre più separate dalla realtà globale, e ostacolano la loro capacità di fornire beni pubblici globali e ridurre i "mali" a livello mondiale. Dalla fine della Guerra Fredda, la politica mondiale è stata trasformata in modi fondamentali. Come indicato nel box sotto, questi cambiamenti includono uno spostamento di potere a livello mondiale verso i paesi non occidentali, l'aumento delle minacce transnazionali al top delle agende sulla sicurezza globale e sullo sviluppo, una crescente preoccupazione per la debolezza dello Stato, in contrasto con la forza dello Stato, l'emergere di agili e sempre più potenti attori non statali (sia maligni e benigni), l'evoluzione di nuove norme della sovranità statale e nuovi criteri per l'intervento armato, la proliferazione delle organizzazioni regionali e sub-regionali, la crescente importanza di reti transfrontaliere e il ruolo crescente di opportune "coalizioni di volenterosi" in aggiunta e talvolta in sostituzione di più formali organismi internazionali.
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Un Nuovo Mondo Il punto di partenza per il programma è un riconoscimento che il mondo dal 1945 si è evoluto notevolmente, a fondo, e irrevocabilmente. Saranno necessarie nuove regole e istituzioni di governance globale per tener conto dei diversi cambiamenti fondamentali nella politica mondiale. Questi includono:

    - uno spostamento del potere mondiale al "Sud" . Mentre gli Stati Uniti rimangono al vertice del sistema internazionale, la distribuzione globale del potere - politico, economico, demografico, tecnologico, e in qualche misura militare - si sta spostando verso il mondo in via di sviluppo, guidato dalla crescita di Cina, India, Brasile e altre nazioni (e il relativo declino d'Europa). I nuclei delle istituzioni internazionali, dal Consiglio di sicurezza dell'ONU al Gruppo degli Otto paesi industrializzati (G-8), non si sono ancora adattati per ospitare questi spostamenti sismici, riducendo sia la loro legittimità percepita e la loro efficacia pratica.
    - L'aumento delle minacce transnazionali. Mentre le guerre di grande potenza saranno sempre possibili in un sistema di stati sovrani, le principali sfide di politica estera del ventunesimo secolo sono probabilmente le minacce di carattere transnazionale, dal terrorismo alle pandemie ai cambiamenti climatici. Tali sfide richiedono nuove forme di cooperazione istituzionalizzata e rappresentano una sfida particolare per gli Stati Uniti, storicamente ambivalente nei confronti delle istituzioni multilaterali.     - Lo spettro dei deboli e degli Stati deboli. Per la prima volta nella storia moderna, le principali minacce alla sicurezza mondiale provengono meno da Stati con grande potere (ad esempio, la Germania nazista) e più da Stati che ne hanno troppo poco (per esempio, in Afghanistan). L'obiettivo della sicurezza collettiva è quindi spostato dal contro-bilanciamento del potere aggressivo verso l'assistenza di paesi fragili e post-bellici nella realizzazione effettiva uno stato sovrano, compreso il controllo degli "spazi senza governo".   
    - La crescente influenza di attori non statali. Un corollario della debolezza dello stato è l'aumento di gruppi non statali e di persone che sono in grado di operare su più giurisdizioni sovrane. Questi includono organizzazioni illecite motivate dalla rivendicazione politica (ad esempio, al-Qaeda) o semplice avidità (ad esempio, i sindacati russi del crimine). Ma gli attori non statali includono anche le forze più benigne, come le ONG umanitarie e gli attori della società civile, istituzioni filantropiche, come la Fondazione Gates, e individui "super-potenti" come Bono, tutti chiedono a gran voce di entrare nei processi decisionali che sono stati tradizionalmente la competenza dei soli stati. Come integrare questi nuovi soggetti nelle decisioni multilaterali rimane una grande sfida per la governance globale.   
    - Norme in evoluzione per sovranità e interventismo. Vi è un crescente riconoscimento che ogni Stato deve alcuni obblighi fondamentali ai propri cittadini e alla società internazionale in generale. Queste responsabilità includono l'obbligo di non commettere atrocità contro la propria stessa popolazione, il divieto di sponsorizzare o fornire un rifugio sicuro per gruppi terroristici transnazionali e il dovere di prevenire la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Eppure, lo sforzo di rendere queste nuove norme operative ed esecutive rimane una sfida erculea.   
    - La diffusione di organizzazioni regionali e sub-regionali. Anche se la Carta delle Nazioni Unite del 1945 ha espressamente approvato le organizzazioni regionali, questi organismi cominciato veramente a fiorire solo con la fine della guerra fredda, sia come complementi di organizzazioni associative universali e sia come sostitute di esse. Il compito dei politici americani è quello di valutare i vantaggi comparati delle varie istituzioni e incoraggiare una divisione razionale del lavoro (tra, diciamo, l'ONU e l'Unione africana), che assicura una ripartizione degli oneri efficace, piuttosto che una ingiustificata "onere shifting".   - La crescente importanza delle reti di governo transnazionale. Negli ultimi decenni, il processo di cooperazione multilaterale e la regolamentazione in materia tendevano ad essere gerarchiche e centralizzate, come riflesso di negoziati formali tra le delegazioni nazionali di alto livello. Nel ventunesimo secolo, la cooperazione multilaterale si svolge spesso in maniera distribuita e in rete, attraverso la collaborazione di reti transnazionali di funzionari governativi di agenzie di regolamentazione, esecutive, legislative, e dei tribunali.   
    - Il ruolo crescente delle coalizioni dei volenterosi. Una tendenza recente nella governance globale è stata quella di fare meno affidamento su grandi organizzazioni formali (come le Nazioni Unite), che sono vulnerabili alla paralisi e l'inazione, e più ad azioni collettive tra paesi che la pensano allo stesso modo su un tema , come la Proliferation Security Initiative (PSI) . Un dilemma per i politici americani sarà quello se sfruttare la flessibilità di tali coalizioni, senza sottovalutarle, perchè queste sono grandi organizzazioni associative la cui competenza tecnica, la legittimità, e le risorse saranno necessarie agli Stati Uniti a lungo raggio.
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    Nonostante questi enormi cambiamenti nei contesti, contenuti, e nelle condotte delle relazioni internazionali, non vi è stato alcun "atto di creazione" analogo a quella raffica di rafforzamento delle istituzioni che si è verificata negli anni 1940 e nei primi anni 1950. Infatti, molte delle istituzioni centrali di governance globale, come l'ONU, l'Organizzazione del Trattato Nord Atlantico (NATO), la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale (FMI), rimangono sostanzialmente invariate dai tempi di Roosevelt, Truman, Churchill , e Stalin. Le recenti iniziative per riformare l'architettura della governance globale, come il Vertice delle Nazioni Unite del settembre 2005, hanno prodotto nel migliore dei casi cambiamenti incrementali, perchè gli Stati non sono d'accordo su come ridistribuire il potere e l'autorità in queste organizzazioni esistenti e portare le vecchie regole in linea con le nuove realtà. La comunità mondiale tende così a fare i conti con un meccanismo istituzionale cigolante , che è sempre più obsoleto, inefficace, e non rappresentativo, e che dà poche garanzie al ruolo potenziale del settore privato e della società civile globale per definizione e affrontare l'ordine del giorno a livello mondiale. Molto difficile è anche la creazione di regole di governance globale, e ancora più difficile è riscrivere quelle delle istituzioni già esistenti.
    Gli Stati Uniti e i suoi partner hanno una finestra critica di opportunità per aggiornare l'architettura della cooperazione internazionale per riflettere il mondo turbolento di oggi. La creazione di un quadro più efficace per la governance globale dipenderà da una comprensione chiara e comune tra le nazioni più importanti del mondo delle nuove dinamiche e le forze in gioco nella politica mondiale, e il loro riconoscimento che non vi può essere una soluzione one-size-fits-all per la gestione dei problemi transnazionali. Essa dipenderà anche dalla volontà degli Stati Uniti di esercitare la stessa creativa leadership illuminata che ha esercitato nella metà del ventesimo secolo, quando ha scelto di sostenere e difendere le nuove forme di cooperazione internazionale.


    Una nuova era di American Leadership?
    Tra i fattori più importanti per determinare il futuro della governance globale sarà l'atteggiamento degli Stati Uniti, che probabilmente resternno l'attore più importante del mondo almeno fino al 2050. Storicamente, gli americani hanno adottato un atteggiamento ambivalente e selettivo verso la cooperazione multilaterale. Da un lato, nessun paese ha fatto così tanto per creare l'infrastruttura istituzionale di ordine mondiale, comprese le istituzioni fondamentali risalenti al 1940, come le Nazioni Unite, le istituzioni di Bretton Woods, e la NATO. Negli ultimi sei decenni, gli Stati Uniti hanno tratto enormi benefici da questa architettura, che ha contribuito alla legittima leadership globale degli Stati Uniti, ha migliorato la prevedibilità negli affari mondiali, e permesso la messa in comune di obiettivi condivisi attraverso una vasta gamma di paesi. D'altra parte, pochi paesi sono stati così sensibili come gli Stati Uniti alle restrizioni alla loro libertà d'azione o gelosi e guardinghi verso le loro prerogative sovrane. Questo orientamento ambivalente può essere attribuito ad almeno tre fattori: la potenza schiacciante Americana, la sua unica cultura politica e le sue tradizioni costituzionali. In primo luogo, dato il suo peso enorme, gli Stati Uniti godono di impareggiabili opzioni unilaterali e bilaterali, nonché una richiesta di speciale esenzione da alcune norme vincolanti per gli altri, in quanto fungono da ultimo custode e garante dell' ordine mondiale. In secondo luogo, la lunga tradizione del paese di liberale "eccezionalità" ispira la vigilanza degli Stati Uniti nel proteggere la sovranità nazionale e le istituzioni dalle incursioni degli organismi internazionali. Infine, la separazione dei poteri sanciti dalla Costituzione americana, che dà al Congresso una voce critica nella ratifica di trattati e approvazioni delle istituzioni globali, complica l'assunzione da parte degli Stati Uniti di nuovi obblighi internazionali.
    Questo scetticismo istintivo verso la cooperazione multilaterale, che è stato particolarmente pronunciato al termine del primo mandato dell'amministrazione di George W. Bush, è improbabile che scompaia. Tuttavia, i primi anni del nuovo millennio hanno dimostrato i limiti di azione unilaterale degli Stati Uniti, militare o no, per mitigare le minacce e sfruttare le opportunità poste dalla globalizzazione. Indipendentemente dal fatto che l'amministrazione che entrerà in carica nel gennaio 2009 sia democratica o repubblicana, la direzione della politica estera statunitense è probabile che sia multilaterale in misura significativa. Il multilateralismo può avvenire in molte forme, tuttavia. Dal punto di vista degli Stati Uniti, il veicolo ideale per la cooperazione internazionale in una determinata istanza dipenderà da una serie di fattori, tra cui anche se gli altri paesi condividono una comune concezione della natura della sfida politica (per non parlare del suo rimedio appropriato). Anche se le Nazioni Unite hanno vantaggi distinti, data la loro legittimità internazionale e l'adesione universale, esse non saranno sempre lo strumento di scelta; organizzazioni regionali o gruppi di affinità più stretta nella condivisione di obiettivi comuni possono avere un vantaggio comparato. Gli Stati Uniti e altri paesi è probabile che richiedano una gamma diversificata di strutture formali e informali, universali e regionali, e funzionali per affrontare compiti particolari. In alcuni casi, una governance efficace può richiedere partenariati pubblico-privato che coinvolgono una vasta gamma di soggetti interessati, comprese le società private e le organizzazioni non governative. Di conseguenza, la governance globale nel XXI secolo può venire ad assomigliare a quello che Francis Fukuyama chiama "multi-multilateralismo."
    Nuovo Pensiero per una nuova era
    Il programma sulle istituzioni internazionali e la governance globale mira ad aiutare gli architetti della politica estera degli Stati Uniti e i loro omologhi in altri paesi e nelle organizzazioni regionali e globali, nella redazione di progetti dettagliati di nuove strutture di cooperazione internazionale che siano più idonee alle realtà globali, coerenti con gli interessi nazionali americani a lungo termine, e sensibili alle preoccupazioni americane storiche sulla sovranità nazionale e sulla loro libertà d'azione internazionale. L'approccio del programma per la governance globale rimarrà pragmatico e flessibile, sottolineando soluzioni personalizzate, piuttosto che risposte "one-size-fits-all". Il processo di formulazione di raccomandazioni politiche sarà aperto e consultivo. I ricercatori del CFR si incontreranno e solleciteranno gli input dai principali organi costituenti - americani e stranieri, pubblici e privati - con una loro partecipazione alle relative deliberazioni. Per esempio, le discussioni sul rafforzamento dell'Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC) coinvolgerebbero, tra gli altri, sia le organizzazioni per il controllo delle armi, sia le grandi aziende chimiche. In modo analogo, deliberazioni su un quadro post-Kyoto per fronteggiare il cambiamento climatico potrebbero sollecitare opinioni dei gruppi ambientalisti, dei rappresentanti dell'industria, dei funzionari dei paesi in via di sviluppo e della società civile, e dei funzionari degli Stati Uniti a livello federale, statale, provinciale e comunale. Tali consultazioni sono indispensabili per garantire una comprensione globale degli ostacoli al cambiamento, il trade-off di opzioni alternative istituzionali, e la fattibilità di nuove disposizioni. Il CFR riconosce che l'identificazione di dove le istituzioni internazionali sono carenti e dove quelle nuove sono adeguate è l'approccio per riformare la governance globale. Il compito più difficile è convincere le parti interessate ad adottare un nuovo modo di fare business, tra cui (in alcuni casi) la perdita dei privilegi attuali. Per questo motivo, CFR includerà in tutte le raccomandazioni la propostoa di una strategia pratica per ottenere il sostegno multilaterale per i cambiamenti necessari, così come forgiare il consenso interno tra le principali parti in causa negli Stati Uniti.
    DESCRIZIONE DEL PROGRAMMA   L'ordine del giorno del programma sulle istituzioni internazionali e la governance globale è potenzialmente molto vasto. Per renderlo più trattabile, abbiamo adottato un approccio settoriale, in cui si intendono valutare gli accordi istituzionali che disciplinano specifiche sfide globali. In ogni caso selezionato, il programma di lavoro con i borsisti del CFR è esaminare (a) come la natura di questa particolare sfida sia cambiata negli ultimi decenni; (b) quali dei regolamenti internazionali - formali e informali, permanenti e temporanei, a livello mondiale e regionale - esistono per regolare il comportamento o avvantaggiare la cooperazione in questo settore; (c) se questi meccanismi sono sufficienti e a portata di mano per il compito o devono essere modificati, e (d) quali riforme istituzionali e nuove divisioni del lavoro sarebbero opportune, in linea con gli interessi a lungo termine degli Stati Uniti, e sostenibili nel contesto nazionale statunitense. Nel condurre questa analisi, il programma si baserà sulle competenze di molti dei cinquantacinque borsisti a tempo pieno pieno e part-time del gruppo di studio del CFR. Il CFR cercherà anche all'esterno competenze nei settori in cui non esistono attualmente al suo interno. Il programma si avvarrà di diversi standard per valutare l'adeguatezza e l'appropriatezza dei regimi esistenti, le organizzazioni e le altre disposizioni di governance globale. Tali criteri comprendono:
    - Efficacia, in termini di prestazioni reali nel conseguire l'obiettivo(i) dichiarato(i), idealmente misurata attraverso il monitoraggio e la valutazione indipendente.
    - Legittimità, valutata in termini di quanto gli accordi esistenti rispecchiano fedelmente l'attuale distribuzione del potere politico globale e degli interessi, se sono coerenti con regimi giuridici internazionali, e riflettono le procedure ampiamente accettate per decisioni multilaterali.
    - Responsabilità, valutati in base al fatto se gli agenti istituzionali possano essere chiamati a rispondere delle loro prestazioni e se le istituzioni forniscono opportunità di espressione di volontà democratica sia negli Stati Uniti e all'estero.
    - Coerenza con gli interessi e i valori degli Stati Uniti, valutazione se il quadro proposto promette di promuovere la sicurezza nazionale e il benessere degli Stati Uniti, legittima gli Stati Uniti all'estero, ed è in sintonia con la volontà democratica espressa del popolo americano.
    Costruendo sulla base di questi settori controlli e analisi, il programma potrebbe raccomandare riforme a una serie di "fondamentali" istituzioni dell' Ordine Mondiale, tra cui le Nazioni Unite (in particolare la composizione del Consiglio di Sicurezza), il G-8, la NATO, e le istituzioni di Bretton Woods, così come alle principali organizzazioni regionali, come l'Unione europea (UE), l'Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), l'Unione africana (UA), e l'Organizzazione degli Stati Americani (OAS). Dove appropriato, il Consiglio esaminerà anche la possibilità di meccanismi di governance globale, che siano meno stato-centrici. Le raccomandazioni per le grandi riforme istituzionali procederanno a partire da (piuttosto che precederanno) questa analisi del problema. Inoltre, laddove tali riforme sono raccomandate, il CFR dovrà includere una strategia plausibile per vincere il sostegno internazionale per questo nuovo quadro di governance.
    Temi e settori di analisi
    Il programma ha individuato quattro aree critiche della governance globale, dove quadri attuali per la cooperazione multilaterale sono sempre più obsoleti. Questi includono (1) lotta contro le minacce transnazionali; (2) Protezione dell'ambiente e promozione della sicurezza energetica; (3) gestione dell'economia globale, e (4) prevenzione la risposta a conflitti violenti. In questa sezione, evidenziamo quelli che riteniamo essere i temi più interessanti all'interno di questi quattro grandi gruppi, e dove il programma potrebbe aggiungere valore attraverso la ricerca e l'impegno della politica rispetto alla sua cornice di tempo di cinque anni. Questi raggruppamenti includono:
    (I) Elenco delle Minacce Transnazionali  - Terrorismo. La lotta contro il terrorismo di matrice salafita-islamico è probabile che sia generazionale per gli Stati Uniti e la comunità mondiale, e una risposta efficace richiede una serie di partnership internazionali. Fino ad oggi, tuttavia, la "guerra globale al terrorismo" ha spesso avuto un francobollo "made in USA", piuttosto che rappresentare un 'impresa davvero multilaterale. Le Nazioni Unite hanno fatto qualche progresso a coinvolgere gli Stati membri nella lotta contro al-Qaeda e le organizzazioni affiliate, anche attraverso il Consiglio di Sicurezza dell'Onu la risoluzione 1373, che ha istituito il Comitato Contro il Terrorismo delle Nazioni Unite, e con gli sforzi multilaterali per combattere il finanziamento del terrorismo. Gli Stati Uniti hanno inoltre ampliato la loro collaborazione in materia di intelligence antiterrorismo, con decine di Stati. Tuttavia, la campagna globale anti-terrorismo è stata meno multilaterale di quanto potevamo aspettarci, sia in termini di consolidamento delle nuove norme (ad esempio, una definizione comune di terrorismo) sia per garantire una robusta risposta operativa per la minaccia (ivi compreso il rafforzamento della capacità antiterrorismo di Stati deboli ma volenterosi). Il programma lavorerà con Borsisti del CFR nella promozione di iniziative multilaterali e riforme necessarie, sia all'interno delle Nazioni Unite che nelle organizzazioni regionali che sono essenziali se la lotta contro il terrorismo è quella di diventare uno sforzo più efficace.
    - La proliferazione delle armi di distruzione di massa. La diffusione delle tecnologie catastrofiche ha posto la capacità di uccidere un gran numero di persone nelle mani di un numero crescente di governi e attori non statali. Allo stesso tempo, i regimi e le istituzioni internazionali incaricate di controllare la diffusione delle armi nucleari, biologiche, e chimiche - dal trattato di non proliferazione (TNP) alla International Atomic Energy Agency (IAEA) alla Convenzione sulle armi biologiche e tossiche - sono sempre più sotto pressione. Nonostante le grandi speranze, il documento finale del Gruppo ad alto livello delle Nazioni Unite nel vertice del settembre 2005, ha omesso di includere una riforma di significativo globale sulla non proliferazione. Frustrati dalle carenze delle strutture consolidate per fermare la proliferazione, gli Stati Uniti negli ultimi anni hanno sperimentato coalizioni con diversi raggruppamenti flessibili, come la Proliferation Security Initiative (PSI). Questa ha adottato una risposta differenziata ai proliferatori - più rilevante nel caso del programma nucleare indiano - che concede un trattamento speciale per i regimi che Washington ritiene ci si possa fidare. Il programma di lavoro con gli esperti CFR nel controllo degli armamenti e della sicurezza internazionale valuterà le riforme necessarie per gli esistenti trattati di non proliferazione, compresa la potenziale creazione di una struttura internazionale per la facilitazione nella forntura di combustibile nucleare ai partecipanti al regime TNP. Il programma valuterà anche il giusto equilibrio tra tali organizzazioni formali, trattati come l'AIEA e TNP e accordi informali di organismi come PSI, il Nuclear Suppliers Group, e il regime di non proliferazione nel settore missilistico.
    - Sicurezza del territorio. L'aumento di reti terroristiche transnazionali e la diffusione delle tecnologie catastrofiche hanno fatto della sicurezza del territorio una priorità per tutte le nazioni, in particolare per le democrazie occidentali. Gli Stati Uniti e altri paesi sono messi di fronte a una serie di sfide comuni, incluse quelle di polizia marittima di frontiera terrestre e dello spazio aereo nazionale; protezione dell'aviazione civile; miglioramento del controllo delle frontiere; regolamentazione dell'immigrazione; indurimento delle infrastrutture critiche; ispezione di carichi; marcatura e monitoraggio di persone sospette e spedizioni. Una efficace sicurezza del territorio nazionale si basa sempre di più su creativi partenariati multilaterali, quali la Container Security Initiative, che tra l'altro, implica la collocazione di funzionari doganali degli Stati Uniti nei porti stranieri (e viceversa). Richiede anche una più profonda intelligenza e condivisione delle informazioni e una cooperazione più intensiva nel rafforzamento della legge. Tali collaborazioni innovative dovranno costringere gli Stati Uniti e i suoi alleati a tollerare qualche sacrificio della sovranità nazionale, dovranno conciliare diverse tradizioni costituzionali e giuridiche, e (a volte) dovranno superare le percezioni divergenti di minaccia. Il programma lavorerà con studiosi CFR per valutare le aree più promettenti per l'espansione e formalizzare la cooperazione multilaterale in questo campo.
    - Malattie Infettive, biologiche, e Salute Pubblica Globale. Tra le preoccupazioni che più fanno riflettere sul programma di sicurezza globale c'è lo spettro della morte di massa per origine naturale o per agenti patogeni antropici. Negli ultimi tre decenni, il mondo ha conosciuto l'emergere di più di trenta agenti patogeni sconosciuti, compreso l'HIV / AIDS, Ebola, SARS e l'influenza aviaria, per i quali non sono ancora disponibili cure, come pure il riemergere e la diffusione di più di venti malattie conosciute , tra cui la tubercolosi, la malaria e il colera, spesso in modo più virulento e resistenti ai farmaci. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti e altri governi sono sempre più allarmati dalla progettazione e dal rilascio mirato di tossine biologiche da parte di terroristi internazionali. Purtroppo, come la risposta tardiva alla SARS ha rivelato, ci sono gravi carenze nei sistemi nazionali e globali per la sorveglianza epidemiologica, la preparazione e la risposta. Il programma lavora con i borsisti CFR per individuare quali riforme in ambito di governance della salute globale, compresa l'Organizzazione Mondiale della Sanità, sono tenute a rispondere a questa fiorente minaccia.
    (2) tutela dell'ambiente e garanzia della sicurezza energetica
    - I cambiamenti climatici. Nuove istituzioni internazionali, per mitigare il degrado del patrimonio mondiale saranno probabilmente una caratteristica distintiva della governance globale nel XXI secolo. L'agenda globale dell'ambiente include una vasta gamma di sfide oceaniche, terrestri e atmosferiche, dall'esaurimento delle risorse marine come le scorte di pesce e le barriere coralline fino alla deforestazione e alla desertificazione, dalla perdita di biodiversità e delle specie minacciate di estinzione, all'inquinamento atmosferico, e all'esaurimento dello strato di ozono. Mai come ora la necessità di un nuovo patto globale è più imperativa, come nel caso dei cambiamenti climatici, che se non corretti modificheranno irrevocabilmente la biosfera dalla quale dipende tutta l'umanità. Inoltre, gli effetti del riscaldamento globale, si prevede che incidano più drammaticamente su alcuni dei più fragili, poveri e instabili paesi in via di sviluppo che sono meno attrezzati per adattarsi. Il programma lavora con i borsisti CFR per esaminare i presupposti istituzionali per un accordo quadro post-Kyoto su cui gli Stati Uniti ed i principali paesi in via di sviluppo, compresa la Cina, l'India, e Brasile, possano essere d'accordo, così come una potenziale espansione della Global Environmental Facility nel creare incentivi per lo sviluppo senza carbonio.
    - Insicurezza Energetica. Il recente aumento drammatico dei prezzi del petrolio a livello mondiale, combinato con l'esaurimento di molte riserve petrolifere accertate, l'insaziabile appetito cinese per i combustibili fossili, l'instabilità politica in regioni produttrici di petrolio come Nigeria e Iraq, e l'ascesa delle "petro-autocrazie" come Russia e Venezuela, ha focalizzato l'attenzione dei politici degli Stati Uniti sulla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del mondo. Gli Stati Uniti ei suoi partner internazionali hanno bisogno di nuove norme sui combustibili fossili per garantire un'adeguata produzione globale, raffinazione, capacità di trasporto, e nuove strategie per evitare l'interruzione delle forniture. Vi è anche una crescente consapevolezza che spostare l'economia degli Stati Uniti lontano dalla sua attuale forte dipendenza dai combustibili fossili, in particolare dal Medio Oriente, sia buon senso strategico. Nuovi quadri di cooperazione multilaterale saranno componenti essenziali di ogni strategia degli Stati Uniti per migliorare la sicurezza energetica globale e creare gli incentivi per il movimento internazionale verso forme più pulite e più affidabili di energia. Il programma lavora con i borsisti del CFR per esaminare le misure promettenti, anche attraverso l'Agenzia internazionale dell'energia, che servono a migliorare a lungo termine la sicurezza energetica sia livello mondiale sia degli Stati Uniti.
    (3) Gestione dell'economia globale
    - Il sistema finanziario internazionale. Il programma sosterrà il lavoro del Centro di Studi Geoeconomici (CGS), per uno sguardo sobrio sul quadro attuale delle relazioni finanziarie e monetarie a livello mondiale, comprese le norme che disciplinano i tassi di cambio, le proposte di creare unioni monetarie regionali, e le iniziative da parte dei singoli paesi per dollarizzare o euro-izzare. Esso promuoverà il lavoro da parte dei borsisti del CFR per valutare le tendenze in corso nel sistema finanziario mondiale, compresi i ceppi causati dal deficit gemelli degli Stati Uniti, il ruolo emergente della Cina nel sistema monetario globale, e l'ascesa di valute alternative (compreso l'euro) -- e studiare i mezzi che promettono di migliorare il coordinamento tra i governi più importanti al mondo e le banche centrali nel trattare le carenze strutturali. Il programma sosterrà anche il lavoro del CFR nel rivalutare il mandato del FMI, che ha perso molta della sua importanza con la crescita dei mercati dei capitali privati.
    - Commercio internazionale: La stagnazione della corrente del Doha Round dell'Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e l'espansione in atto degli accordi commerciali bilaterali e regionali hanno messo in discussione l'impegno degli Stati Uniti e altri importanti paesi per la visione di un aperto, reciproco, e non discriminatorio sistema di commercio internazionale e di pagamento. Gli scontri nei round del WTO comprendono la resistenza dei paesi ricchi dell'Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo (OCSE) nel liberalizzare il commercio dei prodotti agricoli protetti e la riluttanza dei paesi in via di sviluppo ad accelerare il proprio abbraccio di standard occidentali in materia di investimenti esteri, proprietà intellettuale, e commercio di manufatti. In assenza di un costante movimento in avanti sulla liberalizzazione degli scambi a livello mondiale, è probabile vedere una crescente frammentazione del commercio mondiale in blocchi regionali potenzialmente discriminatori e protezionistici. Il programma sosterrà i lavori in corso del CGS per esaminare i presupposti per un compromesso Nord-Sud, e per valutare il trade-off agli Stati Uniti negli approcci bilaterali, regionali e globali alla liberalizzazione degli scambi. Il programma cercherà anche di far avanzare i lavori CFR sui nuovi quadri regionali e internazionali per disciplinare la mobilità del lavoro globale. - Investimenti internazionali. I vantaggi economici da investimenti transfrontalieri sono grandi come quelli degli scambi transfrontalieri e gli investimenti aziendali in supply chain multi paese sono un grande driver di crescita dei flussi commerciali. Inoltre, la rapida crescita della ricchezza dei fondi di molti paesi dell'Asia orientale e quella di Stati esportatori di energia complicano il quadro. Le enormi eccedenze di capitali ora nelle mani di governi stranieri possono innescare una violenta reazione politica nei paesi in cui tali fondi sono investiti. Eppure, gli investimenti internazionali, non sono ancora soggetti ad alcun regime multilaterale paragonabile alla World Trade Organization. Invece di folli trattati bilaterali sugli investimenti, ci si dovrebbe riunire insieme ad un impegno OCSE condotto dall'OCSE, nel tentativo di stabilire norme globali per le gli investimenti. Nel 1990 uno sforzo per aggiornare questo quadro con un accordo multilaterale sugli investimenti è stato sconfitto dalla critica della società civile. Il programma sosterrà le attività dei borsisti CFR per esaminare la necessità di un accordo globale sugli investimenti, nonché analizzare la necessità di regole per governare i fondi sovrani e i destinatari dei loro capitali.
    - Politiche di sviluppo globale. Il discorso politico moderno in materia di sviluppo a livello mondiale è stato dominato da due campi estremi: i sostenitori delle spese enormi in aiuti stranieri per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, da un lato, e gli scettici verso gli aiuti allo sviluppo, dall'altro, i quali sostengono che è uno spreco, ridondante (Considerate le fonti private di investimento) e spesso controproducente (dal momento che crea dipendenza delle razze). Spesso in questo dialogo tra sordi manca un'attenta valutazione dell'uso mirato che gli aiuti stranieri possono (e non possono) realizzare, nonché un riconoscimento che l'aiuto è solo una componente e raramente la più importante nei risultati di sviluppo. Il programma sosterrà gli sforzi dei borsisti CFR nella valutazione della rilevanza e della missione della Banca mondiale, delle banche multilaterali regionali dello sviluppo, del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, e di altre agenzie di sviluppo delle Nazioni Unite, con un occhio nel valutare come le loro capacità di aiuto e le loro competenze tecniche si completano insieme alle capacità dei governi donatori. L'analisi prenderà in considerazione anche gli argomenti per le riforme istituzionali, come trasformare la struttura di governo della Banca mondiale e correggere l'approccio frammentato delle Nazioni Unite per lo sviluppo globale. Si studierà i modi per sfruttare il crescente interesse del settore privato nei programmi di responsabilità sociale delle imprese nei paesi in via di sviluppo. Mentre la spesa da parte delle imprese multinazionali in materia di sviluppo è in crescita, la raffinatezza con cui questi fondi sono erogati è forse due decenni indietro a quella del settore pubblico. Questo lavoro sarà svolto in collaborazione con il CGS.
    (4) prevenzione e risposta a conflitti violenti
    - prevenire il fallimento dello Stato e il conflitto interno. In un'epoca di minacce transnazionali, gli stati che non possono controllare i propri confini e territori e che collassano nella violenza interna, costituiscono un pericolo non solo per le proprie popolazioni, ma in realtà per il mondo intero. Purtroppo, la comunità internazionale continua a lottare nei suoi sforzi per impedire agli Stati di scivolare in fallimenti e violenze interne. Fino ad oggi, nessun attore internazionale di grande rilievo, dagli Stati Uniti, agli altri principali governi o istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, la Banca Mondiale e l'Unione africana, ha fatto della prevenzione una priorità strategica. Nonostante l'impegno della retorica da parte delle Nazioni Unite per la prevenzione dei conflitti, la sua politica attuale rimane modesta, ad hoc e reattiva, in genere limitata ai sporadici "buoni uffici" degli sforzi del Segretario generale. Il G8, allo stesso modo, ha dedicato poca attenzione alla riduzione delle fonti critiche di insicurezza e instabilità nel mondo in via di sviluppo, che includono il taglio dei flussi di introiti illeciti alimentando dal carburante della corruzione e della violenza negli Stati deboli e in zone di conflitto, l'argine al commercio illegale di armi, la chiusura di paradisi finanziari offshore che servono a guadagni illeciti, e l'insistere su una gestione trasparente dei proventi che derivano dalle risorse naturali. Il programma collaborerà con il Centro CFR per l'azione preventiva (CPA) per valutare le riforme istituzionali che possono essere fatte per migliorare la capacità delle Nazioni Unite, del G8, della Banca Mondiale, dell'Unione africana e di altri ambiti internazionali e partnership nell' affrontare le cause sottostanti dell' instabilità e per attenuare e gestire i conflitti nei paesi più vulnerabili al mondo, attraverso una miscela di mezzi diplomatici, economici, politici e militari. Esso indirizzerà il settore privato e pubblico-privato verso iniziative di riduzione dei conflitti, come l' Iniziativa per la Trasparenza delle Industrie Estrattive (EITI) e il Processo di Kimberley per i conflitti per i diamanti.
    - L'uso della forza. Oggi più che in qualsiasi altro momento negli ultimi sessant' anni, sono in palio le norme che disciplinano l'uso della forza armata. La situazione di stallo diplomatico null'Iraq nel 2002-2003 - come la crisi del Kosovo precedente del 1999 - hanno sollevato questioni fondamentali per il ricorso all'uso della forza disposto dagli Stati Uniti, dopo il disaccordo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. A seguito di entrambi gli episodi, alcuni osservatori hanno suggerito la necessità di alternative (o surrogati) alle fonti per la legittimazione della forza armata, mentre altri hanno messo in guardia contro un precedente pericoloso. Allo stesso tempo, c'è stato un crescente sostegno internazionale, in particolare tra i governi occidentali, a una dottrina della sovranità contingente, in base alla quale i paesi colpevoli di genocidio, terrorismo, e di ricerca di armi di distruzione di massa, perderebbero la loro presunzione contro l'intervento esterno. Nonostante questi cambiamenti normativi, tuttavia, gli Stati Uniti e i suoi partner internazionali hanno fatto pochi progressi nel determinare le circostanze in cui il Consiglio di sicurezza potrebbe essere legittimamente bypassato e quali siano i criteri probatori necessari a giustificare l'intervento armato in uno stato sovrano. Il programma funziona con i borsisti CPA e CFR per chiarire questi criteri, basandosi sui lavori precedenti del CFR su tali questioni, anche per quanto riguarda la dottrina "responsabilità di proteggere".
    - Operazioni di Pace e Costruzione della Pace Post-Conflitto. Nonostante le contrarietà e le carenze nelle operazioni di pace delle Nazioni Unite dopo la fine della Guerra Fredda, le Nazioni Unite sono chiamati come mai prima d'ora a mantenere - e in alcuni casi, ad applicare - la pace tra le parti in conflitto, nonché a raccogliere i cocci quandola ripresa si ferma. Oggi, più di 100.000 caschi blu vengono distribuiti in una ventina di operazioni in tutto il mondo - più che in qualsiasi altro momento della storia delle Nazioni Unite.Tuttavia, la complessità e il ritmo di tali sforzi multidimensionali hanno esaurito le capacità modeste del Dipartimento dell'Onu per le Operazioni di Mantenimento della Pace, che lotta con il suo modesto bilancio, e le sue capacità di sviluppare una dottrina solida, di procurare il supporto logistico degli Stati membri, al fine di garantire la qualità e la disciplina delle truppe che vi contribuiscono; di negoziare un efficace divisione del lavoro con le organizzazioni regionali (come ad esempio l'Unione africana), e di realizzare la visione di "missioni integrate" che uniscono la componente umanitaria, di ricostruzione, di governance, e di protezione degli interventi internazionali. Nel frattempo, la Commissione ONU Per la Costruzione della Pace - uno dei pochi risultati significativi del vertice di Alto Livello delle Nazioni Unite del 2005- ha finora fallito nel far vivere la sua promessa di garantire una efficace ricostruzione dello Stato e il recupero sostenibile di società devastate dalla guerra. Il programma collaborerà con il Centro per l'azione preventiva e borsisti CFR sulle proposte per approfondire le recenti riforme dell'ONU, nonché per esplorare il potenziale dei partenariati tra l'ONU e l'Unione africana, nonché con altri organismi regionali e sub-regionali. Nel portare avanti questa ambiziosa agenda, il programma si baserà sul personale di entrambi i settori di base e anche sui cinquantacinque altri membri permanenti e aggiunti del CFR's Studies Program. Ciò consentirà al programma di generare un flusso costante di ricerca, di pubblicazioni e di impegno politico in tutti e quattro i raggruppamenti nel periodo di cinque anni del programma.
    Riformare le Istituzioni Fondamentali dell'Ordine Mondiale
    Sulla base di questa area di indagini e sulla base delle carenze individuate nelle organizzazioni e delle strutture esistenti, il programma, nell'arco di cinque anni, cerca di proporre riforme in alcune delle istituzioni fondamento dell'ordine mondiale, tra cui le Nazioni Unite , le organizzazioni regionali, e le principali associazioni ad hoc.
    - Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tra le delusioni più grandi del vertice di alto livello delle Nazioni Unite del settembre 2005 c'è stato il fallimento degli Stati membri delle Nazioni Unite nel tagliare il nodo gordiano rispetto ai Soci del Consiglio di sicurezza dell'ONU, in particolare l'estensione dei membri permanenti (o semi-permanenti) per accogliere lo spostamento dell'equilibrio del potere mondiale dal 1945. Anche se il Segretario generale ONU del Pannello di Alto Livello ha delineato due alternative realistiche ed equilibrate per l'allargamento, dopo il progresso è stato bloccato da una combinazione di rivalità regionali, dalle differenze intra-europee, e dal disimpegno degli Stati Uniti. Il programma esaminerà le prospettive e le condizioni per un rinnovato sforzo di riforma che possa rispondere alle aspirazioni di giocatori critici (tra cui Giappone, India, Germania e Brasile), mentre estenderebbe la rappresentanza del Consiglio di Sicurezza all'Africa e al Medio Oriente.   - Il Gruppo degli Otto. L'obsolescenza degli attuali meccanismi di governance globale è sempre più evidente nella gestione dell'economia mondiale, si è resa più visibile durante l'ultimo summit annuale del G-8. E' semplicemente un non senso escludere da questo Direttorato globale le più grandi economie emergenti del mondo, tra cui Cina, India e Brasile, nonché molteplici altre medie potenze. Il programma dovrà esaminare la fondatezza delle recenti proposte per ampliare la composizione del G-8 (come la proposta di un "L 20" sostenuta dall'ex primo ministro canadese Paul Martin), nonché la creazione di gruppi discrezionali su questioni politiche, economiche o funzionali (ad esempio, l'energia o la migrazione ).
    - Organizzazioni Regionali e sub-Regionali. Uno dei tratti distintivi degli ultimi due decenni è stata la formazione, l'approfondimento e allargamento di organizzazioni formali regionali in molti angoli del globo. I mandati, le competenze, le capacità e l'efficacia di questi corpi eterogenei variano enormemente. Gli Stati Uniti hanno un interesse critico e un ruolo centrale da svolgere, per fare in modo che questi enti svolgano pienamente il loro ruolo nella gestione dell'insicurezza globale e nella fornitura di beni pubblici per le loro rispettive regioni. Il programma si propone di esaminare lo stato attuale e il potenziale ruolo degli organismi multilaterali in almeno alcuni delle seguenti regioni, da parte di rilevanti studiosi del CFR:
    - Europa, tra cui il North Atlantic Treaty Organization, l'Unione europea e l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE).
    - Asia-Pacifico, tra cui l'Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) forum, l'Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico (ASEAN), il Forum regionale dell'ASEAN, e la sub potenziale architettura di sicurezza regionale per l'Asia nordorientale.
    - Africa, in particolare l'Unione africana (compreso il suo nuovo Consiglio di pace e sicurezza), il Nuovo partenariato per lo sviluppo dell'Africa (NEPAD), la Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS), la Southern African Development Community (SADC), e gli altri organi.
    - Asia del Sud e Asia centrale, tra cui l'Associazione dell'Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC), la Shanghai Cooperation Organization (SCO), e altri potenziali accordi multilaterali per queste due sub-regioni.
    - America Latina, tra cui l'Organizzazione degli Stati americani, il Vertice delle Americhe, sub-raggruppamenti commerciali regionali (ad esempio, il NAFTA, CAFTA, Mercosur), e gruppi di potenziali like-minded paesi per la gestire delle sfide transnazionali come la sicurezza energetica, la migrazione e gli stupefacenti.
    - Medio Oriente, incluso il Forum per il Futuro sponsorizzato dal G-8, la Lega Araba e l'Organizzazione della Conferenza islamica (OIC).
    La Grande Immagine dei Problemi
    Qui esploriamo i più appropriati contesti internazionali per affrontare l'agenda globale di oggi, il programma cercherà di aggiungere un nuovo tassello su tre questioni di grande importanza: la natura mutevole della sovranità in un'epoca di globalizzazione, la sfida di ospitare attori non statali nei processi decisionali globali, e la premesa per la responsabilità democratica delle istituzioni multilaterali.
    - Re-concettualizzazione della "sovranità" in un'epoca di globalizzazione. Il post-Guerra Fredda ci ha posto di fronte alle sfide ai concetti tradizionali della sovranità dello stato in almeno quattro aspetti. In primo luogo, alcuni stati fallimentari e post-conflitti sono diventati parti della comunità internazionale, inserendosi nelle Nazioni Unite in una forma di "neo-amministrazione fiduciaria". In secondo luogo, alcuni paesi con il loro comportamento hanno perso la loro immunità da interventi esterni, come parte di una dottrina emergente di "sovranità contingente." In terzo luogo, quasi tutti gli Stati - tra cui gli Stati Uniti - hanno volontariamente abbandonato qualche storica libertà d'azione per gestire le minacce transnazionali e sfruttare le opportunità internazionali. Infine, alcuni paesi, in particolare l'Unione europea, hanno scelto di "fondere" la loro sovranità in cambio di benefici economici, sociali e politici. Il programma potrebbe fornire un valido contributo intellettuale, tracciando la portata e le implicazioni di queste trasformazioni.
    - Accogliere gli attori non statali nella governance globale. Anche se gli Stati rimangono il fondamento dell'ordine internazionale, si trovano ad affrontare la concorrenza sempre maggiore di attori non statali come detentori di influenza e (spesso) legittimità. Nella progettazione di nuove strutture di governance globale, gli Stati Uniti e altri governi devono fornire l'opportunità di collaborare e contribuire a soggetti interessati, compresi gli attori della società civile, gruppi di pressione, e corporazioni, senza permettere che l'agenda globale sia dirottata da interessi non rappresentativi. Il programma può individuare gli insegnamenti derivanti dalle esperienze recenti a proposito di come trovare questo equilibrio delicato.
    - Superare il "deficit democratico" in regime di governance globale. Gli sforzi verso una cooperazione internazionale, in particolare di carattere sovranazionale (come nel resto dell'Unione europea), divergono spesso dalle volontà democratiche dei pubblici nazionali degli Stati membri. Con l'esame di istituzioni multilaterali, in una varietà di settori, il programma può generare indicazioni utili su come migliorare il controllo democratico degli organismi multilaterali. Si potrebbe inoltre valutare la frequente affermazione  che un'Alleanza delle Democrazie rappresenta un quadro plausibile per l'ordine mondiale e una realistica alternativa alle Nazioni Unite (che comprende, ovviamente, regimi sia autoritari che democratici).
    IL VALORE AGGIUNTO DEL PROGRAMMA
    Il programma del CFR sulle istituzioni internazionali e la governance globale mira a fornire un contributo significativo per far comprendere, sia a livello internazionale, che negli Stati Uniti, la necessità di infrastrutture istituzionali per un'efficace cooperazione multilaterale nel ventunesimo secolo. Il programma è concepito come un multi-sforzo di anni, piuttosto che uno o due anni di progetto orientato verso un evento specifico o ciclo elettorale. Questa relativa permanenza si spera che permetta al CFR di diventare un centro di eccellenza nel pensare la governance globale, e un deposito di conoscenze utili e di lezioni apprese e messe a disposizione di altri studiosi e istituzioni. Sarà agevolato anche il difficile processo di costruzione del consenso politico interno nei poteri esecutivo e legislativo, nella comunità politica e nell'informazione del pubblico, circa i parametri appropriati di impegno degli Stati Uniti nella cooperazione multilaterale. La posizione del programma all'interno del Council on Foreign Relations si rivelerà preziosa nel favorire i suoi obiettivi ambiziosi. Il programma sfrutterà la potenza dei convegni del CFR, che offrono forum a New York, Washington, e in tutto il paese in cui gli opinion leader nazionali e internazionali possono discutere proposte di riforma istituzionale con l'adesione del Consiglio. Attraverso la co-ospitazione di eventi con le istituzioni partner negli Stati Uniti e all'estero, il programma solleciterà i suggerimenti e i buy-in da parte di governi stranieri e altri settori pubblici, nonché da rappresentanti della società civile e del settore privato, nelle raccomandazioni di proposte in materia di governance globale. Infine, il programma avrà un ruolo nella costruzione di un più ampio consenso bipartisan e di educazione pubblica ingaggiando funzionari dell'amministrazione e membri del Congresso sulle nuove direzioni nella governance globale, e rendendo i suoi prodotti ampiamente disponibili attraverso una varietà di supporti.
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    Link documento originale:
    Link approfondimento:  
    New American Century: http://www.newamericancentury.org/