Adesso possiamo dirlo con un certo grado di consapevolezza. Il movimento
della decrescita non è altro che l'ennesimo movimento reazionario volto
a far ritornare l'umanità ad uno stato simile a quello in cui era sotto
il dominio Cattolico nei secoli bui del Medioevo, cioè un'umanità che viveva
nella penuria, nelle malattie, nella carestia e nel terrore religioso.
E, nonostante tutti i capziosi ragionamenti contraddittori e senza
logica dei
decrescenti, i quali
dicono ogni volta che abbiamo frainteso i loro veri obiettivi (si sa, di
decrescite ce ne sono tante versioni quanti sono i sacerdoti che la
propagandano) rimane un fatto inconfutabile: questo movimento si è
molto sviluppato di pari passo alla crisi economica e alle politiche antidemocratiche di austerità
della gesuitica Commissione Europea, volte a far precipitare le classi
subalterne in uno stato di povertà, ignoranza e sottomissione simile a
quello del Medioevo Cattolico, se non peggio.
Nello stesso momento in cui i
decrescenti
ci dicono quanto è bello e rivoluzionario ritornare alle vecchie
tradizioni "solidali" dei tempi andati preindustriali, quando il popolo
ignorante e sottomesso al terrore religioso viveva sì e no di stenti
fino a 40-50 anni al massimo e poteva contare solo sull'elemosina
stracciona del potente di turno, il re dei Paesi Bassi Guglielmo
Alessandro ci spiega che il
welfare non è più sostenibile e gli aiuti alle persone in difficoltà
andrebbero affidati solo alla carità e alle reti sociali private. Ma le reti sociali private di un principe o un re sono un tantino differenti da quelle di un disoccupato di Scampia!
Molti
decrescenti
ci raccontano la buona novella di quanto sia bello vivere senza lavoro e avere più tempo libero, da dedicare, come fanno gli straccioni, a soddisfare le necessità quotidiane raccattando gli oggetti
dalla rumenta e accontentandosi dello stretto necessario alla
sopravvivenza (altrimenti sarebbero dei demoniaci consumisti), proprio nel momento in cui la Commissione Europea, e gli stati
europei che da essa prendono ordini, non fanno altro che smantellare
tutti i "privilegi" di assistenza sociale nei confronti delle classi
subalterne, un accadimento contemporaneo ad un forte ridimensionamento dei loro redditi da lavoro e ad un aumento preoccupante della precarietà e della disoccupazione di massa, il tutto avvenuto anche come conseguenza dell'
introduzione dell'euro. Inutile girarci intorno, cari
decrescenti,
sarebbe l'ora di smetterla di starnazzare pateticamente che il vostro
movimento sia qualcosa di diverso da quello che in realtà è, cioè un
movimento reazionario antidemocratico volto alla restaurazione di un
Ancien Régime
preindustriale e prescientifico in cui far precipitare le masse,
perfettamente in linea con i progetti dell'elite eurista. E' illuminate
al riguardo un libro di recente pubblicazione, scritto la Luca
Simonetti, dal titolo
Contro la Decrescita, di cui leggiamo l'introduzione:

Questo libro si propone un compito
tanto necessario quanto controcorrente:
smontare il mito della decrescita come
visione alternativa della società rivelandone
di volta in volta i numerosi
luoghi comuni, le ingenuità o addirittura
la malafede.
Ha davvero senso il nuovo mito del ritorno
alla terra e l’elogio dei contadini
del passato? È giusto considerare l’austerità
un valore contrapponendola al
«demoniaco» consumismo? Siamo
proprio sicuri che lo slow food sia più
etico e altruistico del tanto stigmatizzato
fast food? E uno Stato in cui qualcuno
decidesse cosa è necessario consumare
per vivere, e cosa non lo è, non
diventerebbe uno Stato totalitario?
Non c’è il rischio che si tratti dell’ennesima,
prepotente riemersione di
un’ideologia antica che ha già avuto in
passato esiti politicamente nefasti?
Da Carlo Petrini a Serge Latouche, da
Simone Perotti a Vandana Shiva, Simonetti
passa in rassegna idee e proclami
di tutti quei teorici della «decrescita
felice» che in nome di una visione
del passato nostalgica e sentimentale, e
animati da diffidenza e ostilità nei confronti
della scienza, della tecnica e del
progresso, finiscono col «vedere l’apocalisse
con ghiotta impazienza».
Con ironia e passione, e uno stile limpido
e acuminato, l’autore di questo libro
ci dimostra che nessuna decrescita
potrà mai essere felice, ma solo estremamente
pericolosa.
Questo libro, naturalmente ha i suoi limiti (non parla chiaramente di nuovo ordine mondiale e in alcuni passi sembra avvallare acriticamente l'operato delle multinazionali che, con le loro politiche salariali globali, sfruttano e impoveriscono la popolazione, e che, in ultima analisi, favoriscono una condizione di asservimento). Però vi troviamo anche degli spunti molto interessanti. Qui infatti vengono analizzate ad esempio le terrificanti proposte
volte all'eliminazione del Welfare state portate avanti dal pazzoide
Ivan Illich e riprese dai
decrescenti
nostalgici dei tempi andati; spiace dirlo ma Illich, quell'omuncolo
fatto passare da una certa letteratura "antisistema" da anarchico
rivoluzionario, non è stato altro che un piccolo reazionario
conservatore e fatalista. "Illich è convinto che la condizione umana sia
sempre la stessa e non sia suscettibile di miglioramento e che
combatterla sia hybris, il vecchio termine greco che indica la
tracotanza dell'uomo che pretende di superare i limiti posti dal fato",
afferma Simonetti alle pagine 44 e 45 del suo libro; e continua: "Qui è
innanzitutto interessante il modo in cui viene descritta la figura di
Prometeo, il Titano che, sfidando gli dei, donò il fuoco agli uomini:
per Illich diviene un mascalzone, animato dalla cupidigia e giustamente
punito. C'è da chiedersi, però, perché mai la decisione divina di negare
il fuoco agli uomini e tenerselo per sé sarebbe buona e giusta e
egoista quella di Prometeo di rubarglielo e farne partecipi gli uomini.
E' evidente anche l'inconfessabile natura classista della teoria di
Illich: la
hybris va bene per i pochi, per gli eroi, per gli
uomini di eccezione; non va bene per la massa. Questa impressione è
confermata dal fatto che, tra i contraccolpi del progresso che portano
alla nemesi, oltre ai ben noti cavalli di battaglia del Nostro - la
scuola, la medicina, l'automobile - spunta anche, inopinatamente, il
diritto di voto."
E' forse un caso che Illich provenga culturalmente dall'istituzione più
antidemocratica e reazionaria di tutti i tempi? (mica dalle scuole
pubbliche di massa da lui aborrite!). Cioè, Illich "
studiò teologia e filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma" (vale la pena ricordarvi che l'
Università Gregoriana è un'istituzione elitaria privata guidata dai Gesuiti?)
e diventò, nel 1951, un sacerdote cattolico, anche se in seguito tornò
allo stato laicale per via di contrasti con la Chiesa stessa; ma di
finti abbandoni e opposizioni alla Chiesa Cattolica ne abbiamo analizzati già diversi. Ma andiamo avanti. Da un articolo dal titolo
La crisi "sistematica" della chiesa descritta già 40 anni fa di Fabrizio Mastrofini, pubblicato su Vatican insider, leggiamo:
"La proposta di Illich è semplice. Primo: il senso del cristianesimo è
nell’evangelizzare. Dunque niente a che vedere con il proliferare di
strutture ed istituzioni sociali, educative, sanitarie alle quali
abbiamo assistito in tutto il mondo. Solo annuncio del Vangelo e
cambiamento interiore. Il resto verrà da sé.
[...]
L’esempio, per capire, riguarda la «forma» che secondo Illich potrebbe
assumere la vita dei preti. A suo avviso «il ministero sarà esercitato
non più come impegno a tempo pieno ma piuttosto come una gioiosa
attività nel tempo lasciato libero dal lavoro. La diaconia sostituirà la
parrocchia nel ruolo di unità istituzionale di base della Chiesa." fonte
Cosa avrebbe da lamentarsi, diciamocelo, questo Illich, nel vedere che
ogni giorno la sanità viene smantellata e privatizzata, le pensioni
vengono tagliate e che l'edilizia popolare e la scuola pubblica ricevono
sempre meno finanziamenti? E' indubbio che approverebbe! L'importante è
evangelizzare un mondo di "felici" dementi, denutriti, malati ed
ignoranti che si accontentano della loro miseria e che vivono comunitariamente in baracche autocostruite alla
meglio e ascoltano la buona novella del "gioioso" prete-lavoratore, il sostituto
dell'educazione delle scuole pubbliche, a quanto pare!! Il resto verrà
da sé, guai a progettarlo con istituzioni democratiche non ecclesiastiche e finanziamenti
pubblici! La vera essenza della rivoluzione "anarchica"! Proprio come
Madre Teresa di Calcutta, ci verrebbe da dire. Anche se non credono nel miglioramento della condizione umana, non vi è dubbio che questo propagandato regresso sia per loro lo status di maggiore progresso e sviluppo della condizione umana rispetto alla demonizzata società industriale sviluppatasi soprattutto nel secondo dopoguerra. Infatti, tutto il discorso dei
decrescenti
è improntato alla demonizzazione moralistica del benessere di massa acquisito dopo
decenni di lotte sociali e di progresso tecnico scientifico; ai loro
occhi questo benessere non è altro che consumismo demoniaco imposto da
un mercato svincolato dai bisogni umani. Intendiamoci, che il progresso
tecnico scientifico abbia portato delle problematiche non lo mettiamo
certo in dubbio; che ci siano delle cure mediche sbagliate (o imposte volutamente per danneggiare le persone) è un dato; e non mettiamo certo in dubbio che nelle mani di
un'elite antidemocratica la tecnologia e la scienza abbiano avuto, hanno tutt'ora e potranno avere
in futuro effetti nefasti; il progresso e la democrazia non sono una linea retta, sono spesso incerti e incompleti, e non c'è una sola e immutabile idea di Progresso, con la P maiuscola; ma da qui ad auspicare la totale eliminazione della sanità pubblica e della scuola pubblica, anzichè un loro progresso e miglioramento, ce ne passa! Da qui ad auspicare che la produzione industriale, l'economia, la scienza, la ricerca di cure mediche migliori e la tecnologia, debbano essere completamente abbandonate, ce ne passa! Anche perchè vi è un fatto ineludibile: le conquiste tecnico-scientifiche, l'igiene, le infrastrutture, i trasporti, la scuola
pubblica e il cibo prodotto industrialmente non hanno portato solo
problemi, ma ne hanno risolti molti altri: hanno portato ad un aumento dell'aspettativa di vita, alla diminuzione di
morte prematura per malattie curabili, all'educazione dove prima c'era solo analfabetismo,
superstizione religiosa ed ignoranza, alla libertà dal bisogno dove prima
c'erano carestie e fame, ed hanno portato anche nuovi strumenti per esprimere la personalità e la creatività umana, prima inconcepibili; ed è proprio nella fiabesca
ricostruzione dei tempi andati operata dai
decrescenti
che ravvisiamo uno dei peggiori limiti di questo movimento. Per loro
non è nemmeno concepibile che il progresso tecnico scientifico possa
risolvere i problemi di inquinamento e avvelenamento di certe aree della
Terra, oltre a favorire benessere, creatività e libertà dal bisogno.
Il problema, quindi, a nostro modesto parere, non sono le conquiste tecnico-scientifiche, il
problema sono la politica e le istituzioni democratiche, che devono
essere sviluppate, potenziate (fermare l'edificazione di questa dittatura europea ad esempio) al fine di far beneficiare del progresso scientifico e
tecnologico la gran parte dei cittadini, evitando o minimizzando i
possibili usi volti a soggiogarli. E' chiaro che al punto un cui siamo
arrivati, oltre a non essere auspicabile, non è nemmeno possibile
tornare indietro ad un periodo prescientifico e preindustriale (i
decrescenti identificano
tout court il progresso scientifico e
tecnologico con il capitalismo rapace), semplicemente perché non sarà
possibile bruciare tutti i libri di fisica, chimica, biologia,
ingegneria e uccidere tutti gli scienziati portatori di sapere. Se,
quindi, vi sarà un ritorno all'età della pietra, sarà un ritorno dei
cittadini comuni a questa età di miseria, ignoranza, superstizione e
malattie, mentre l'élite di nobili e benestanti continuerà ad usare la
scienza e la tecnologia per i propri fini e per il proprio piacere
personale, oltre che per controllare e soggiogare i novelli uomini delle
caverne seguaci di
John Zerzan;
e, tra virgolette, pare proprio che sia quello che vogliono; cioè
ridurre in "felice" povertà e ristrettezza "solidale" la massa dei
cittadini, mentre un'élite si gode i frutti del progresso e della
scienza. Pare che sia proprio questa la loro idea di sviluppo umano. A voi piace un futuro del genere? A me no, ma se volete, cari decrescenti, andate
pure a vivere nei boschi e nutritevi di ghiande e non protestate
attraverso internet, che è uno strumento frutto delle conquiste scientifico-tecnologiche, che voi aborrite. Un altro limite logico e una
contraddizione evidente del movimento della decrescita è quello secondo
cui gli adepti dovrebbero abbracciare di spontanea volontà questo
movimento perché ne ricaverebbero sicuramente dei benefici, ma una
pagina si è l'altra anche, gli stessi sacerdoti della decrescita non
fanno altro che terrorizzarci con catastrofi imminenti se non saremo
disposti ad abbracciare questo stile di vita mistico-ascetico; i deliri
catastrofisti abbiamo comunque già imparato a decifrarli da
Giulietto Chiesa. Sono i deliri di una setta fanatica.
Nel caso dei
decrescenti ad esempio si legga un articolo tratto da quella fogna di giornale che era L'Unità, dal titolo
LATOUCHE / IMPARIAMO DALLE CATASTROFI:
Per l'Occidente, «bolide che corre all'impazzata senza autista e senza
freni», c'è forse ancora una ricetta, una via d'uscita. Serge Latouche, a
Bologna per una conferenza, parla di «pedagogia della catastrofe». Una
catastrofe - prossima, futura - che sarà ancora più grande delle
precedenti: solo allora, forse, la gente saprà risvegliarsi, reagire e
costruire una società diversa, giusta, rispettosa dell'ambiente.
[..]
"Il fatto è che, a un certo punto, saremo più o meno costretti a rivedere il nostro modo di vivere.
[...]
" fra pochi anni dovremo, per amore o per forza, rivedere il nostro modo
di vivere, di funzionare. Tanto più che già oggi noi - intendo
l'Occidente, bolide che corre all'impazzata senza autista e senza freni"
[...]
"Nei prossimi anni ci aspettano sempre più catastrofi, praticamente,
siamo impegnati in una gara tra cambiamento e catastrofe. Ed è davvero
importante prepararsi a cambiare strada"
Quindi in realtà lo stile di vita che ci dicono di abbracciare è un
obbligo che dovremmo assumere pena la nostra estinzione. Questo discorso non è altro che
un'ideologia ascientifica, cioè un'ideologia basata su analisi che hanno ben poco di scientifico, e su previsioni apocalittiche che di volta in volta non si avverano, e che per restare in piedi, vengono spostate sempre più avanti nel tempo, senza alcuna logica, se non quella su cui si basa il capo di una setta, che per non disgregare il suo gruppo, sposta di volta in volta le previsioni della fine del mondo di anno in anno. Questa visione della fine dei tempi è supportata da un certo establishment
scientifico con connessioni alle istituzioni politiche sovranazionali,
come l'IPCC. Questo establishment è quello che ci ha terrorizzato con tutto il discorso sugli
effetti catastrofici della CO2, senza uno straccio di analisi scientifica seria e onesta. Il solito PROBLEMA-REAZIONE-SOLUZIONE
che abbiamo più volte analizzato nel nostro blog. Si vedano alcuni
esempi, partendo proprio da Giulietto Chiesa:
L'Opposizione controllata di Giulietto Chiesa
Elite "Uccidi Te Stessa Per il Giorno Della Terra"
l'hacking dell'ipcc e le finalità dei catastrofisti
2084: la dittatura del carbonio?
Lovelock, la depopolazione, l'effetto serra e la geoingegneria
Confessioni di una tiepida allarmista sul riscaldamento globale
Tutto il discorso dei
decrescenti,
come quello dell'elite che vuole eliminare ogni tipo di democrazia (anche quel poco che avevamo conquistato), è
improntato all'emergenza: bisogna agire subito, ci dicono, e le
istituzioni esistenti sono troppo lente ed impacciate; da
qui il passo è corto per arrivare ad auspicare un regime forte che
prenda le decisioni "responsabili" senza l'intralcio dei cittadini
"malati di consumismo". Ma anche qui, cosa c'è di diverso da quello che
sta avvenendo alle nostre istituzioni sovranazionali oramai quasi del
tutto svincolate da qualsiasi controllo democratico? (
Siamo sempre più consapevoli che spesso il giudizio morale appiccicato al consumo è molto labile e relativo; spesso gli stessi decrescenti sono dei meri moralisti e continuano a consumare e a concedersi lussi anche più di noi, a fare viaggi in aereo, in macchina, per venire nelle nostre città a spiegarci che il consumo è dannoso! Vendono libri a caro prezzo dove ci spiegano la gratuità del dono! Non si possono condannare o giudicare moralisticamente le persone in base ai loro gusti di consumo; e questo consumo non può essere visto come qualcosa di unicamente demoniaco o negativo [come avviene, a dir la verità, anche in qualche rara citazione di autori da noi tradotti nel nostro blog]. Il consumo è anche ricchezza, benessere, assenza di privazioni materiali, possibilità di esprimere la propria creatività, libertà, ecc.).
E' anche possibile che, se la catastrofe non arriva per via di previsioni basate sull'ideologia e non sui fatti, prima o poi qualche catasfrofe si decida di farla accadere comunque (come probabilmente hanno già fatto in passato con altre catastrofi). Infatti, quello che ci sembra di scorgere è che nei circoli elitari globalisti le catastrofi prodotte a tavolino (e non frutto della società industriale di per se o del benessere di massa), al pari delle crisi economiche create artificialmente, siano una ghiotta tentazione per accentrare il potere e ridurre i diritti e il benessere dei cittadini; catastrofi che verranno in seguito attribuite ai fantomatici cambiamenti climatici da CO2, alla sovrappopolazione o ad un fantomatico cieco egoismo dell'uomo (cioè, non solo di un'elite ma omnicomprensivo, di tutti gli uomini, compreso vostra nonna che va a ritirare la pensione in posta e non si lascia spontaneamente e altruisticamente morire di fame per il bene di Gaia, finchè non la faranno morire di fame le sempre più misere pensioni). Comunque, per gravi e criminali che siano, non crediamo che possano arrivare a produrre mai catastrofi artificiali che compromettano irrimediabilmente la vita sul pianeta o tali da impedire a loro stessi di abitare il pianeta senza conseguenze sulla loro salute e benessere; si baseranno molto anche sulla propaganda e sull'effetto mediadico e di immagine.
Per cui arriveranno sempre più strali moralistici contro quello che definiranno come demoniaco consumismo di massa, e quindi si andrà a colpire, come si sta già facendo, il benessere e i diritti conquistati, anche per mezzo della scienza e della tecnologia, dalle classi subalterne occidentali dal secondo dopoguerra in poi, per arrivare poi alla soluzione di ridurre queste masse subalterne nella miseria e nell'ignoranza, in uno stato simile a quello dei paesi preindustriali del Medioevo, controllandole nel contempo numericamente, mentre le ricchezze dei pochi rimarranno invariate oppure si accresceranno ancor più, come rimarranno invariate e si accresceranno ancor più le loro conoscenze scientifiche e tecnologiche, anche in segretezza; il tutto con l'avvallo ideologico dei decrescenti e dei cultori di Gaia, che ci faranno sempre più accettare la miseria, l'ignoranza e le ristrettezze come qualcosa di positivo, il ritorno fiabesco ai bei tempi andati in armonia con la Madre Terra.
Naturalmente qui non abbiamo analizzato nel dettaglio tutte le sfumature reazionarie del movimento della decrescita; se volete approfondire, leggete il libro di Luca Simonetti.
Quindi, cari amici, l'ideologia della setta fanatica dei
decrescenti
si innesta perfettamente nel costrutto istituzionale antidemocratico dell'elite eurista, e non è
nulla di diverso. Gettiamo, quindi, questa ideologia nella pattumiera
della storia, una volta per tutte, e pensiamo al benessere dei
cittadini.
Si legga anche:
Nel
nuovo libro di Luca Simonetti tutti gli errori e i vuoti teorici di chi
sogna un'economia che ci renda liberi attraverso la povertà
Alla fine è un mantra che ci viene propinato
da qualche pensatore della destra (che ha nel Dna una tendenza
passatista) e da una pletora sempre più ampia di pensatori di sinistra
(che in questo caso rinunciano a ogni mito di progresso).
È l'idea di una decrescita felice, di una
«salutare» rinuncia al sogno del pil col segno positivo, al desiderio
di essere capaci di produrre domani qualcosa di meglio di ciò che
produciamo oggi, di creare cose belle ma «innaturali». I nomi degli
intellettuali che si sono fatti alfieri di questo ritorno alla natura,
di un downshifting controllato, sono ormai arcinoti: il francese Serge
Latouche, l'indiana Vandana Shiva, l'italiano Maurizio Pallante, il
greco Giorgos Kallis. E attorno a questi teorici un vasto movimento di
fan del rallentamento che ha contagiato testate giornalistiche, come
Repubblica , gastronomi alla Carlo Petrini, registi alla Ermanno Olmi...
Memorabile sul tema proprio una loro doppia intervista sulle pagine del
quotidiano nel 2009: «Il consumismo ha fallito e va confutato su tutti i
fronti. La velocità va combattuta con la lentezza» (Petrini). «Libertà
di consumare, sprecare, avvelenare. Stesse in me, fonderei un partito
della povertà, intesa come riduzione dei consumi» (Olmi).
Ma
quanto rigore teoretico c'è in queste elaborazioni che si discostano
dalla visione liberale e capitalistica ma anche dalle dottrine marxiste?
Poco, a leggere Contro la decrescita. Perché rallentare non è la
soluzione , il saggio di Luca Simonetti che arriva in libreria questa
settimana (Longanesi, pagg. 260, euro 16). Simonetti prende in esame
quella che lui chiama la galassia dei «decrescenti» e mette in luce
molte delle loro aporie. Uno dei nodi su cui insiste di più a esempio è
quello del ricorso alla continua contrapposizione fra natura e
tecnologia, caro a teorici come Vandana Shiva. La natura è vista come
una misteriosa entità benigna a cui l'uomo contemporaneo, stregato dal
mercato, continua solo a sottrarre. Basterebbe decrescere un po' e
consentire alla natura di donarci spontaneamente, come succedeva una
volta. Ma a ben guardare quell'«una volta» non esiste. Da sempre
trasformare le risorse naturali in beni fruibili ha richiesto sforzo,
organizzazione e mercato. E, come spiega Simonetti, l'uomo stesso con le
sue industrie è anch'esso un prodotto della natura. «L'uomo fa
integralmente parte della natura, tutte le sue azioni sono eseguite in
conformità con essa... Perché l'uomo non può non seguirla: tutte le sue
azioni sono compiute a causa di, o mediante leggi fisiche... sicché un
lavandino, un aeroplano o la Nona di Beethoven sono altrettanto naturali
di una mareggiata o della grandine». A meno che non si intenda con
natura il corso spontaneo degli eventi a cui ci si dovrebbe adattare, o
peggio una specie di dea. Tolto il fatto che questa sarebbe
un'abdicazione alle nostre capacità razionali, sarebbe anche accettare
l'inaccettabile perché, come già spiegava John Stuart Mill, «la vera
verità è che quasi tutte le cose per cui gli uomini vengono impiccati e
imprigionati quando le commettono l'uno verso l'altro, sono azioni
quotidiane della natura».
E questo è solo un esempio. Simonetti
mette in luce anche quanto sia labile la distinzione cara ai
«decrescenti» tra merci e beni. O quanto sia soggettiva la distinzione
che va tanto di moda fra bisogni veri e bisogni falsi. Perché «quando
date un'occhiata alla lista dei beni di consumo che (secondo il critico)
non hanno una reale utilità, ciò che trovate invariabilmente è una
lista di beni di consumo che gli intellettuali di mezza età ritengono di
nessuna utilità». Insomma sono sempre i consumi degli altri, quelli non
necessari. Per non parlare di tutti i pericoli sottesi all'elogio
dell'agricoltura di sussistenza che gia la Fao nel 1959 descriveva come
inefficaci: «I metodi primitivi di coltura non si traducono soltanto in
una debole produttività, ma molto spesso anche in un deterioramento dei
terreni e delle altre risorse naturali».
Viene da chiedersi allora
come mai la moda della decrescita abbia attecchito così bene. Simonetti
lo spiega così: «Alla fine dietro il ragionamento economico che è
labile si cela una questione estetica. In una società ricca è facile
vedere il lato che non ci piace della modernità e sognare di fare
ritorno ad un prima assolutamente astorico. Il rischio di questo
atteggiamento è però quello di partire da problemi reali per proporre
soluzioni irreali che mettono in discussione la modernità in sé». Fa
anche un po' specie che a essere vittima di questo fenomeno sia
soprattutto la sinistra che a parole è progressista. Simonetti lo spiega
così: «La destra su questi temi ha trovato nel suo Dna degli anticorpi.
La sinistra ha perso negli ultimi quarant'anni progettualità e
concretezza. Quella concretezza materialista che era alla base del
marxismo. E così sono diventati vittime di certe utopie».
link articolo: http://www.ilgiornale.it/news/cultura/decrescita-non-felice-compenso-confusa-1065016.html