domenica 19 maggio 2013

Il Gotha? I Cavalieri di Malta, Il Distinto Ordine Cattolico Plurisecolare che Combina Carità e Politica di Destra



Il seguente è uno stralcio, leggermente annotato [nella lingua originale con la sigla JP, più un nostro piccolo inserto], tratto da People of God: The Struggle for World Catholicism [Viking], di Penny Lernoux.




National Catholic Reporter

5 maggio 1989




Uno degli ordini laici più antichi del cattolicesimo, il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme di Rodi e di Malta, conosciuto come Cavalieri di Malta o SMOM, è unico per diverse ragioni. Sebbene non abbia un territorio al di fuori della sua sede in un palazzo romano, esso gode dello status di Stato sovrano, mantenendo rapporti con 49 paesi ed emettendo propri passaporti e francobolli. I suoi 13.000 membri includono alcune delle figure più potenti del mondo, tra cui i capi di Stato.

Mentre promette fedeltà al Papa, né lui né il Gran Maestro dell'Ordine a Roma dispongono di un reale controllo sulle varie associazioni nazionali dello SMOM, diversi membri delle quali sono stati coinvolti in trame fasciste e nelle guerre della Cia sotto copertura. E mentre si dedica ad opere di carità, come il finanziamento dei lebbrosari e la donazione di contributi, per mezzo di forniture mediche, al Terzo Mondo, esso funge anche come un club di vecchi compari per l'aristocrazia europea e la destra politica negli Stati Uniti e nell'America Latina.

Lo SMOM è stato fondato nell' XI secolo per fornire assistenza medica e protezione militare per i pellegrini alla città santa di Gerusalemme. I Cavalieri parteciparono a diverse importanti crociate, ed i regali che ricevettero ben presto gli diedero il controllo su vasti possedimenti in tutta Europa.

La ricchezza dei Gran Priorati dei Cavalieri aumentò notevolmente nel XIV Secolo, quando questi assorbirono i possedimenti appartenenti ai Cavalieri Templari, che contribuirono a distruggere; e, per un certo tempo essi mantennero il controllo dell'isola di Rodi.

Costretti a lasciare Rodi dal sultano Maometto II nel XV Secolo, alla fine si stabilirono sull'isola di Malta, che diede il suo nome all'Ordine. 
 

I Cavalieri rimasero un'importante presenza militare nel Mediterraneo fino al 1789, quando Napoleone occupò Malta. Dopo un breve soggiorno in Russia, nel 1834 l'ordine stabilì la sua sede a Roma, sotto la protezione papale. Alla fine del secolo diventò un'organizzazione caritatevole dell'aristocrazia dedicata alla cura dei malati e dei feriti. Essa ha mantenuto la sua esclusività, rifiutando di accettare membri dall'Europa e dall'America Latina che non facessero parte della nobiltà o dei capi di stato. Per l'America Latina negli ultimi anni la pregiudiziale è stata attenuata, però, nei tardi anni quaranta del novecento l'ordine rifiutò di ammettere Eva Peron come Dama per via del suo background proletario.

Per gli Stati Uniti venne fatta un'eccezione a causa del suo crescente potere politico, economico e militare, e, nel 1927, venne stabilito un ramo dello SMOM sull'East Coast. La maggior parte dei membri fondatori erano magnati dell'industria e della finanza che si sarebbero fortemente opposti al New Deal di Roosevelt [uno di loro, John J. Raskob, il presidente del consiglio di amministrazione di General Motors, sarebbe anche stato coinvolto in un complotto per impadronirsi della Casa Bianca].

Ad essi si unirono presto titani del calibro di John Farrell, presidente della US Steel; Joseph P. Grace, della W.R. Grace & Co.; Joseph Kennedy, un imprenditore di Boston e padre di un futuro presidente degli Stati Uniti; e George MacDonald della Pennsylvania, che fece una fortuna nel settore del petrolio e delle utilities.

MacDonald fu il personaggio tipico di coloro che aderirono allo SMOM per il puro gusto di farlo. Come riconoscimento del generoso contributo alla Chiesa, egli fu nominato marchese papale, nonché un Gran Maestro dei Cavalieri di Malta. MacDonald amava indossare il vistoso costume dei Cavalieri, con il suo cappello di piume di struzzo, gli speroni d'oro e una divisa con le spalline dorate, le fusciacche e la medaglia con la croce maltese a otto punte dei Cavalieri.

Molti dei circa 1500 americani che successivamente aderirono al cavalierato beneficiarono anche dei rituali di induzione alla cattedrale locale e delle cerimonie in onore del patrono dell'Ordine, San Giovanni. Ma, per altri, lo SMOM era di più che una pompa magna, esso era una fonte di denaro e potere.

Tra questi ultimi ci fu il Cardinale Francis Spellman di New York, un tempo il più potente uomo della chiesa cattolica negli Stati Uniti. Egli divenne coinvolto con il ramo americano dello SMOM quasi dalla sua fondazione e, quando fu vescovo ausiliare di Boston, divenne il patrono ecclesiastico ufficiale dell'Ordine negli Stati Uniti. Dopo che divenne arcivescovo di New York nel 1939, egli cambiò il suo titolo in “Gran Protettore” [evidentemente per distinguerlo da quello del Re Leopoldo e della Regina Guglielmina, che erano semplici “protettori” dei rami belga e olandese dei Cavalieri].
Francis Spellman

Spellman godeva del sostegno dell'ala destra della curia, in particolare del Cardinale Nicola Canali, che dominava le finanze vaticane; e Canali autorizzò il suo monopolio sulle nomine dei Cavalieri negli Stati Uniti. La contropartita era quella che, invece di inviare i contributi dei Cavalieri americani alla sede dello SMOM a Roma, Spellman avrebbe incanalato il denaro nelle casse di Canali. Quando il Gran Maestro dello SMOM richiedeva una contabilizzazione a Spellman, non otteneva alcuna risposta.

Tuttavia non venne intrapresa alcuna azione contro Spellman, perché all'epoca l'ordine era in lotta per la vita contro Canali, che voleva ottenere il controllo della sua ricchezza.

I contributi finanziari di Spellman al Vaticano, la sua amicizia con Pio XII e il suo accesso ai membri dell'élite economica e politica degli Stati Uniti, diversi appartenenti ai Cavalieri, gli diedero un potere immenso, e dalla seconda guerra mondiale divenne l'intermediario del Vaticano con la Casa Bianca e il suo proconsole in America Latina.



[Il Cardinale Spellman fece più di qualsiasi altra persona per ottenere che gli Stati Uniti supportassero la classe dirigente cattolica del Vietnam...JP]



Quando Spruille Braden, ambasciatore statunitense in Colombia durante i primi anni quaranta del novecento, si lamentò per il tono antiamericano di una lettera pastorale emessa dall'Arcivescovo colombiano Ismael Perdomo, Spellman inviò un personale emissario a Bogotà a dare una lezione a Perdomo sulla necessità di una cooperazione nello sforzo bellico. In questa riunione, che si svolse alla presenza di Braden, all'arcivescovo venne spiegato di mostrare a Braden tutto quello che scriveva sugli Stati Uniti prima di distribuirlo. Braden rimase colpito. “Fu un bel teatrino”, egli disse.

Spellman svolse anche un ruolo importante come emissario tra la Casa Bianca e Roma, per esempio, nel trasmettere la preoccupazione del papa circa i bombardamenti dell'Italia da parte degli Alleati. Egli incoraggiò la cooperazione del Vaticano con l'Office of Strategic Services (OSS), l'antesignano della Cia durante la guerra, che era presieduta dal suo vecchio amico Generale William (“Wild Bill”) Donovan.

[Il primo capo della Cia sotto Ronald Reagan, William Casey, approvvigionatore dei Contras del Cardinale Bravo, lavorò per l'OSS/Donovan ....... JP ]

Gran parte dell'aristocrazia europea che diede la sua adesione allo SMOM era alleata con i gruppi falangisti in Spagna, i cattolici integralisti francesi di Vichy, i fascisti italiani e i supporter di Hitler austriaci-tedeschi.

Mentre essa si opponeva al tentativo di Hitler di creare un sistema nordico di credenza in concorrenza con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, diversi concordavano con i nazisti sulla “questione ebraica”.

Ad esempio, Franz von Papen, un aristocratico Cattolico [romano] della nobiltà della Westfalia e Cavaliere di Gran Croce Magistrale, spianò la strada per l'assunzione del potere da parte di Hitler, dopo che von Papen divenne cancelliere con il supporto dei nazisti.

[Tutti o quasi i primi nazisti di alto livello erano cattolici romani, come lo erano i capi di stato alleati con Hitler, come Franco e Pétain ... JP].

Durante la guerra la posizione del Vaticano fu ambivalente, non perchè Pio XII approvasse il nazismo, al contrario, lo aborriva, ma perchè temeva il comunismo più del fascismo e aveva paura di rischiare la perdita di potere della Chiesa nel mantenere una posizione intransigente contro gli auto dichiarati padroni dell'Europa. Oppure, come esposto dal British Foreign Office, "per ragioni mondane piuttosto che spirituali, egli permise a se stesso, come altri, di lasciarsi intimorire".



Anche se il Vaticano intraprese molte iniziative private [di mera immagine, ndt] per aiutare gli ebrei ed altri rifugiati, Pio rimase in silenzio per gran parte della guerra. Egli si rifiutò di condannare l'invasione tedesca della Polonia, nella convinzione che i polacchi avessero torto e, nonostante le ripetute suppliche da parte del governo polacco in esilio, non riuscì a condannare il genocidio nazista.

“Non possiamo dimenticare che ci sono 40 milioni di cattolici nel Reich,” disse al momento dell'invasione della Polonia. “Quanti risulterebbero esposti dopo un tale atto della Santa Sede?”



Quando parlò apertamente, come nel suo messaggio di Natale del 1942, della morte di “centinaia di migliaia di persone...semplicemente a causa della loro razza e della loro discendenza”, l'appello si perse a causa dell'opacità della lingua Vaticanese.



[nota di nwo-truthresearch: quelle di Pio XII erano per lo più operazioni di immagine per comprarsi il giudizio futuro della storia: sappiamo benissimo che PioXII sostenne il nazismo sia prima che dopo (con le ratlines) queste magre parole e interventi. Se Pio XII e la sua Chiesa satanica non avessero contribuito in modo decisivo all'ascesa dei nazisti al potere, questo regime totalitario non avrebbe certo avuto la possibilità di uccidere alcun ebreo, ed egli, quindi, non avrebbe certo avuto bisogno di salvarne alcuno. Si veda: 123456 7 .]




Il Cavaliere di Malta Franz von Papen (il primo a sinistra) e il Segretario di Stato S.E. Eugenio Pacelli (al centro), firmano il Concordato tra Santa Sede e Reich tedesco



Allo stesso modo il Vaticano non disse nulla circa il massacro di centinaia di migliaia di serbi appartenenti alla Chiesa serba-ortodossa, durante la dittatura fantoccio cattolica della Croazia, apparentemente perché il suo leader Ante Pavelic e i suoi teppisti ustascia avevano il sostegno del clero cattolico locale. La sola voce cattolica importante che parlò contro la strage fu quella del cardinale francese Eugène Tisserant, che affermò che erano state uccise almeno 350.000 persone dalle forze di Pavelic. La Santa Sede, disse Tisserant, si è accomodata “per il proprio esclusivo vantaggio, e poco altro.”
Ante Pavelic
Si sarebbe potuto dire più o meno lo stesso di diversi membri americani dei Cavalieri di Malta. W.R. Grace & Co. fu nella "Watch list" governativa delle aziende note o sospettate di fare affari col nemico durante la seconda guerra mondiale. Documenti del Dipartimento di Stato hanno mostrato che diversi membri del personale di Grace in America Latina erano tenuti sotto sorveglianza a causa dei loro legami con agenti nazisti, in particolare quelli nelle compagnie marittime e nella compagnia aerea del Panama, che Grace possedeva congiuntamente alla Pan American Airways. (J. Peter Grace, che rilevò la società alla fine della guerra e divenne leader dei Cavalieri americani dello SMOM, in seguito ingaggiò un chimico criminale di guerra nazista, aiutandolo ad entrare negli Stati Uniti nell'ambito del programma di reclutamento degli scienziati nazisti da parte del governo statunitense, conosciuto come “Progetto Paperclip”.) Joseph Kennedy, un altro importante cavaliere americano, fu costretto nel 1940 a lasciare il suo posto di ambasciatore degli Stati Uniti a Londra a causa della sua posizione non interventista.

Dopo la guerra, il Vaticano, l'OSS, le SS (Schutzstaffel, le guardie d'elite dell'intelligence nazista) e le varie branche dello SMOM si unirono per combattere il comune nemico sovietico e per aiutare i criminali di guerra nazisti in fuga. Nel 1945, quando non si poteva più dubitare dell'esito della guerra, l'OSS avvicinò Reinhard Gehlen, che era a capo dei servizi segreti di Hitler sul fronte orientale. L'obiettivo era quello di rinnovare l'Organizzazione Gehlen in un'operazione controllata dall'OSS. Il piano fu un tale successo che “Gehlen Org” venne trasformata in un'agenzia d'intelligence postbellica della Germania Occidentale, la BND, con l'aiuto e il denaro dell'erede dell'OSS, la Cia.

Parallelamente il piano OSS-Gehlen fu il “Progetto Paperclip”, che esportò clandestinamente più di 900 scienziati tedeschi negli Stati Uniti. Il fratello di Gehlen fu il segretario di uno dei principali funzionari della Sede dello SMOM a Roma e i Cavalieri furono attivi come tramite. Il Barone Luigi Parrilli, un aristocratico italiano che fu anche Cavaliere di Malta, ciambellano papale e simpatizzante fascista, partecipò ai negoziati tra i leader delle SS e il futuro direttore della Cia, Allen Dulles.

[Allen Dulles è noto adesso come una creatura dei gesuiti...JP]

Nel frattempo James Jesus Angleton, che in seguito sarebbe diventato il controverso direttore del controspionaggio della Cia, fu inviato dall'ammiraglio Ellery Stone, proconsole statunitense nell'Italia occupata, a salvare il principe Valerio Borghese dal possibile arresto da parte della resistenza italiana, che lo aveva condannato a morte per crimini di guerra.

Valerio Borghese

Borghese, che sopravvisse per essere in seguito un leader nella politica fascista del dopoguerra in Italia, era un Balì di Gran Croco di Onore e Devozione dello SMOM e, in segno di gratitudine ai servizi statunitensi verso di lui e ad altri Cavalieri, lo SMOM diede a Stone, ad Angleton e al vice di Angleton i loro riconoscimenti di Gran Croce. Altri destinatari dell'ambito premio furono Reinhard Gehlen e l'inviato vaticano di Truman, Myron C. Taylor.


"Wild Bill" Donovan

[Anche “Wild Bill” Donovan, il capo dell'OSS in tempo di guerra, un vecchio amico del cardinale Spellman, fu premiato dal papato:”Il Generale William "Wild Bill" Donovan è stato decorato nel 1944 da Papa Pio XII con la Gran Croce dell'Ordine di San Silvestro, il più antico e prestigioso ordine cavalleresco pontificio. Questo premio è stato dato solo ad un centinaio di altri uomini nella storia, che “con prodezze d'armi o di scrittura o azioni notevoli hanno diffuso la fede e hanno salvaguardato la Chiesa [Cattolica Romana]”...JP]

Lo SMOM distribuiva più di semplici medaglie. Uno dei suoi direttori organizzò la stampa di 2000 passaporti SMOM per i rifugiati politici, molti dei quali nazisti. Un ramo dei Cavalieri nel sud della Germania gestiva un campo profughi di grandi dimensioni, e venne riferito che il leader dei Cavalieri di Malta Bavaresi organizzava viaggi “per un numero non piccolo di ex nazisti.” Che il Vaticano, l'OSS e il Counter Intelligence Corps dell'esercito americano (CIC) siano stati parte di tali accordi è dimostrato dai file del Dipartimento di Giustizia che vennero scoperti dagli investigatori negli anni '80.

I monasteri e i conventi cattolici furono utilizzati come case-rifugio per i criminali di guerra nel loro cammino verso l'America Latina. Talvolta il CIC forniva documenti falsi, mentre le organizzazioni della Chiesa fornivano i mezzi per scappare; un caso famoso fu il volo per la Bolivia di Klaus Barbie, il “macellaio di Lione.”

Un contatto chiave in questo binario sotterraneo, conosciuto come la “Via dei Ratti”, era il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, che era stato il consigliere di Ante Pavelic e un membro dei suoi terroristi ustascia; e colui che gestiva il Comitato Croato per l'Assistenza Pontificia, un'agenzia di aiuti e di reinserimento della Santa Sede.

Draganovic fece passare fino a 30000 croati, tra cui la maggior parte del governo di Pavelic e lo stesso Pavelic, che scappò in Argentina. Il sacerdote aiutò anche le SS a scappare, secondo quanto riferito da Barbie, il quale disse che Draganovic descriveva il suo lavoro come “puramente umanitario.”

[vedere BLOWBACK di Christopher Simpson, pubblicato da Weidendfeld & Nicolson 1988 .... JP ]

I rapporti del CIC a Washington fornivano descrizioni dettagliate del soggiorno di Pavelic a Roma, sotto la protezione della Chiesa “travestito da prete all'interno della Città del Vaticano”, e predissero la sua fuga in Argentina, all'epoca governata dal dittatore Juan Peron, un Balì di Gran Croce di Onore e Devozione dei Cavalieri di Malta.

Essi riferivano inoltre i contatti di Pavelic con Monsignor Giovanni Battista Montini, Sottosegretario di Stato Vaticano e futuro papa Paolo VI.
Paolo VI
Montini, un caro amico dello SMOM e il principale contatto dell'OSS in Vaticano durante la guerra, supervisionò l'ufficio vaticano che rilasciava i documenti di viaggio dei rifugiati.

I rapporti del CIC e altra documentazione mostrano che egli era al corrente delle attività del Comitato Croato per l'Assistenza Pontificia.

Egli a quanto pare condivideva la posizione di Pio XII che Pavelic e le sue truppe ustascia avrebbero potuto rovesciare il governo del maresciallo Tito e ristabilire un stato cattolico in Jugoslavia.

[la creazione di un puro “stato cattolico in Jugoslavia” fu ritardata di 45 anni; in seguito, con l'America che aveva preso il posto della Germania nazista, il desiderio di “Sua Santità” Pio XII, di Ante Pavelic e degli USTASCIA venne soddisfatto...JP]

Ivo Omrcanin, un caro amico di Draganovic che lavorava in Vaticano quando il sacerdote stava facendo fuggire i croati all'estero, disse che “il papa non avrebbe mai considerato criminali di guerra coloro che stavano combattendo contro il comunismo.”

[tutti i nazisti e gli ustascia furono considerati combattenti anti-comunisti...JP]

Il rapporto tra Vaticano, SMOM e OSS/CIA fu importante anche per le cruciali elezioni italiane del 1948. Il Barone Parrilli serviva ancora come uomo che fa da tramite, questa volta con la Cia, nella pianificazione della strategia vaticana per impedire una vittoria comunista, attraverso il sostegno della Democrazia Cristiana. Una figura chiave nel piano era Luigi Gedda, un medico di Torino, Cavaliere di Malta e cattolico integralista, che voleva riportare l'Europa ad un'epoca prima del protestantesimo e della Rivoluzione francese.
Luigi Gedda

In Italia Gedda era il capo di Azione Cattolica, un movimento militante laico di giovani che prestavano servizio come truppe d'assalto papali. C.L. Sulzberger, del New York Times, ha riferito da Roma che l'Azione Cattolica è "armata, attiva e tenace." Gedda organizzò una rete di 18.000 "comitati civici" per ottenere il voto.

James Angleton, a quel tempo la connessione vaticana alla Cia, raccomandò fortemente il finanziamento da parte della Cia della macchina politica di Gedda. Come risulta dalle audizioni della Camera dei Rappresentanti, tra il 1946 e il 1972 la Cia pompò 65 milioni di dollari nei movimenti italiani centristi e di destra.

Altri importanti giocatori furono Montini e Spellman; quest'ultimo convogliò enormi quantità di denaro newyorchese nelle attività clandestine della chiesa in Italia. Spellman incoraggiò un campagna di lettere scritte in cui gli italo americani esortavano i loro parenti a votare contro i comunisti italiani; a questa campagna si unirono americani famosi come Frank Sinatra, Bing Crosby e Gary Cooper in un bliz radiofonico in Italia in tempo di elezioni.

Nel frattempo, le truppe papali di Azione Cattolica si preparavano per la battaglia con Jeep, pistole ed altre forniture statunitensi.

La Democrazia Cristiana vinse le elezioni e Washington, sotto la pressione di Spellman, accettò di rimborsare le spese elettorali del Vaticano attraverso il mercato nero valutario.

Nei decenni successivi i Cavalieri di Malta di alto rango furono coinvolti nella politica italiana, e in due occasioni, nel 1964 e nel 1970, tentarono senza successo dei colpi di stato di destra. Il secondo tentativo venne condotto dal Principe Borghese di Angleton e dal protegé neonazista del principe, Stefano delle Chiaie, uno dei terroristi più pericolosi del periodo. Borghese e delle Chiaie erano connessi alla famigerata loggia massonica P2, un'organizzazione che aveva legami con la mafia e il Vaticano, che tramò per conquistare lo Stato italiano e che fu responsabile di una serie di atti terroristici.






nota finale biografica su Penny Lernoux:



La biografia della Lernoux pone dei sospetti sulla sua morte, avvenuta appena dopo la pubblicazione del libro da cui avete letto l'estratto; da wikipedia leggiamo:



“Appena dopo la pubblicazione di People of God, la Lernoux lasciò Bogotà per lavorare ad un quarto libro. Questo si sarebbe focalizzato sulle suore di Maryknoll. Nello stesso anno le fu diagnosticato un cancro terminale ai polmoni. La Lernoux morì il 9 ottobre 1989, a 49 anni, un mese dopo essere stata ricoverata in ospedale, lasciando il marito Denis Nahum (poi ucciso in un incidente stradale) e la loro figlia Angela.”

Questa storia ci ricorda molto da vicino quella di Alberto Rivera, l'ex gesuita morto di cancro al colon dopo che aveva deciso di denunciare i crimini dell'ordine a cui era appartenuto.

La Lernoux era una giornalista americana nata in una famiglia cattolica.

Si iscrisse all'University of Southern California nei tardi anni '50 e, dopo essera stata nominata Phi Beta Kappa, si qualificò come giornalista della United States Information Agency (USIA), un braccio del governo dedicato alla promozione della politica degli Stati Uniti all'estero. La Lernoux iniziò a lavorare in America Latina nel 1961, poco prima del Concilio Vaticano II. Lavorò a Rio de Janeiro e a Bogotà per la USIA fino al 1964 e poi si trasferì a Caracas per scrivere per Copley News Service, a cui rimase legata per contratto fino al 1967.

A questo punto nella Lernoux crebbe la consapevolezza dei contrasti estremi tra la ricchezza di politici, imprenditori e proprietari terrieri dell'America Latina, da un lato, e la povertà delle masse della regione, dall'altro. Ella adottò una visione radicale di Gesù Cristo e cercò di mettere i suoi insegnamenti in relazione alle lotte dell'America Latina contro lo sfruttamento economico e la dittatura militare."

Nella biografia di wikipedia veniamo a sapere che ella non abbandonò la Chiesa Romana, come fece Rivera, ma aderì a forme di cattolicesimo che pensava fossero migliori di altre, come la teologia della liberazione (una teologia controllata comunque dai gesuiti). Nonostante la sua scelta di non abbandonare cattolicesimo, la Lernoux ci sembra sia stata una giornalista onesta nella sua denuncia della corruzione della Chiesa, ed è forse per questo che la fecero sparire subitaneamente dopo la pubblicazione di People of God. Da wikipedia leggiamo inoltre che:

"Nei primi anni '80 la Lernoux ampliò i suoi orizzonti per concentrarsi sulla corruzione bancaria internazinale. L'argomento fu il tema di articoli come "The Miami Connection" (The Nation, February 18, 1984). Il suo secondo libro, dal titolo In Banks We Trust: Bankers and Their Close Associates: The CIA, the Mafia, Drug Traders, Dictators, Politicians and the Vatican, fu anch'esso pubblicato nel 1984. Il libro esponeva i legami delle banche internazionali con i governi, la Chiesa Cattolica e la criminalità organizzata, e di come la loro corruzione alimentò la crisi debitoria del terzo mondo. Il libro ottenne meno consensi rispetto a Cry of the People.

Per il resto della sua vita la Lernoux si concentrò in gran parte sulla repressione del dissenso portata avanti da Giovanni Paolo II e dal cardinale Joseph Ratzinger (Benedetto XVI). Questo fu il tema del suo terzo libro, People of God :The Struggle for World Catholicism, pubblicato nel 1989, dopo anni di ricerca in America Latina e negli Stati Uniti. A differenza della maggior parte dei critici di Giovanni Paolo II, la Lernoux descrisse il tentativo del papa di fortificare un modello autoritario della chiesa come il tentativo di ripristinare un Cattolicesimo Romano preconciliare (pre Vaticano II). Il libro documenta l'espulsione dalla chiesa di studiosi che si interrogavano sul pontificato di Giovanni Paolo II. Esso disseziona anche i vari gruppi che lottano per il controllo della Chiesa, ed esamina la popolarità di Opus Dei, Comunione e Liberazione, Cavalieri di Malta e di Tradizione, Famiglia e Proprietà."




leggi anche:













giovedì 16 maggio 2013

Operazione Odessa: la Fuga dei Nazisti con l'aiuto del Vaticano

Qui di seguito trovate del materiale di studio riguardo all'aiuto concesso dal Vaticano ai criminali nazisti in fuga dopo la seconda guerra mondiale.



Dal sito Garzanti Libri



Goñi Uki Operazione Odessa

Collezione Storica
Traduzione di Sergio Minucci.
480 pagine
ISBN 881169405-1



«Un'analisi impressionante e convincente». («The Times Literary Supplement»)

«Uno straordinario esempio di giornalismo investigativo. Un importante passo avanti nella ricerca storica… Goñi rivela con precisione chirurgica le complicità del Vaticano e delle gerarchie ecclesiastiche argentine nel proteggere migliaia di fascisti croati ricercati per genocidio. Dimostra anche che le autorità svizzere hanno collaborato con un ufficio segreto aperto dagli agenti segreti di Perón a Zurigo per far fuggire i nazisti dalla Germania». («Time»)

«Una ricostruzione notevole, anche se è un boccone amaro… L'unico punto luminoso è Goñi, che ha avuto il coraggio di mettere a nudo alcune squallide verità sul suo paese. Mentre racconta uno degli episodi più criminali della storia dell'Europa (e dell'America Latina), spicca l'onestà della sua ricostruzione storica». («The Sunday Telegraph»)

«Dopo 50 anni, Goñi è riuscito a mettere a nudo inganni e connivenze, ed è riuscito a rompere quello che chiama "il muro del silenzio"». («The Sunday Times»)

Dopo la sconfitta di Hitler, numerosi gerarchi nazisti trovarono rifugio in Argentina: criminali di guerra come Eichmann, Barbie e Mengele, passati per Genova tra il 1949 e il 1951, ma anche Friedrich Rauch, l'ufficiale che aveva svuotato per conto del Fuhrer la Banca centrale tedesca. Lungo «la rotta dei topi» fuggirono anche ustascia croati, collaborazionisti belgi e filo-nazisti francesi. A organizzare la fuga era la misteriosa ed efficiente Organisation der ehemaligen SS-Angehöringen, nome in codice Odessa.


In molti hanno cercato i segreti di Odessa, ma mancavano ancora diversi tasselli importanti. Per la prima volta, dopo una serie di indagini in Sud America e utilizzando materiali inediti dei servizi segreti americani ed europei, ma anche attraverso una serie di interviste, Uki Goñi ricostruisce l'intera filiera, con una serie di rivelazioni che riguardano gli accordi tra il governo del presidente argentino Juan Carlo Perón e la chiesa cattolica argentina, le complicità delle autorità elvetiche, le basi italiane, le azioni degli agenti segreti di Himmler a Buenos Aires e in Europa, il trasferimento del tesoro di stato della Croazia (frutto della spogliazione di 600.000 ebrei e serbi) in Argentina.


Con il piglio del grande giornalista e l'attenzione dello storico, Uki Goñi porta alla luce molti segreti inconfessati e inconfessabili: il suo libro ha rotto il muro del silenzio costruito intorno a una delle pagine più oscure e controverse della storia recente.



Lo storico UKI GOÑI ricostruisce l'operazione Odessa di fuga dei gerarchi nazisti



LA FUGA DEI CRIMINALI NAZISTI VERSO L’ARGENTINA DI PERÓN: UNA METICOLOSA E DOCUMENTATA RICOSTRUZIONE DELLO STORICO UKI GOÑI
OPERAZIONE ODESSA


Lo chiamavano il «Mengele danese», Carl Vaernet era un medico delle SS che sosteneva di aver scoperto una «cura» per l’omosessualità; nel 1944 Himmler mise a disposizione delle sue folli ricerche la popolazione del «triangolo rosa», gli omosessuali internati a Buchenwald.
I malcapitati furono castrati e gli fu impiantato un «glande sessuale artificiale», un tubo metallico che rilasciava testosterone nell’inguine. Secondo i racconti dei sopravvissuti, i medici delle SS a Buchenwald raccontavano barzellette raccapriccianti su quel tipo di esperimenti. Vaernet era un pazzo sadico; inserito nella lista dei criminali di guerra, alla fine del conflitto riuscì a scappare sano e salvo in Argentina. E come lui migliaia di aguzzini nazisti tedeschi, fascisti italiani, ustascia croati, rexisti belgi, collaborazionisti francesi ecc.; tutti se la cavarono grazie a una rete di complicità mostruosamente efficiente e all’aperta connivenza del governo di Juan Domingo Perón. Un romanzo (Dossier Odessa) di Frederick Forsyth, raccontava di un gruppo di membri delle SS che dopo la sconfitta si erano raccolti in un’organizzazione segreta (Odessa, acronimo di Organisation der Hemallgen SS-Angehorigen) che aveva il duplice scopo di salvare i commilitoni dalle forche degli Alleati e creare un Quarto Reich che completasse l’opera di Hitler. Per quanto romanzesca fosse la trama «inventata» da Forsyth, il suo racconto si avvicinava in modo inquietante alla realtà. Odessa esisteva davvero. Solo era difficilissimo ricostruirne la storia: i fascicoli del suo archivio erano stati distrutti in gran parte nel 1955, nel marasma degli ultimi giorni del governo di Perón; quelli che rimasero furono definitivamente buttati via nel 1996. Ma le tracce della sua attività erano troppo evidenti per essere cancellate del tutto. Così ora, finalmente, grazie alla pazienza e all’abilità dello storico e giornalista argentino Uki Goñi (Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l’Argentina di Perón, Garzanti, pp. 480, e 24) e lunghe ricerche in Belgio, Svizzera, Londra, Stati Uniti, Argentina, disponiamo di una storia completa della più incredibile operazione di salvataggio di migliaia di criminali mai progettata e mai realizzata in tutto il Novecento. 

Uki Goñi
Diciamolo subito. Se l’Argentina di Perón era la «terra promessa», l’asilo già generosamente predisposto ancor prima che la guerra finisse, il cuore e il cervello dell’intera operazione Odessa era a Roma (dove Perón soggiornò dal 1939 al 1941), nel cuore del Vaticano. In quel turbinoso dopoguerra italiano era veramente difficile distinguere tra vincitori e vinti. Nazisti e fascisti avevano perso la guerra; eppure mai ai vinti mancò il soccorso dei vincitori, il sostegno di quelle istituzioni che sarebbero dovute nascere all’insegna dell’antifascismo e della democrazia e che invece erano ricostruite nel segno della più rigorosa continuità con i vecchi apparati del regime fascista. Fu l’anticomunismo, furono le prime avvisaglie della «guerra fredda» a spingere i vincitori a salvare i vinti. Il Vaticano fu il motore di questa scelta. Ma veramente monsignor Montini fu il protagonista di questo intervento che garantì l’incolumità a criminali come Erich Priebke, Josef Mengele, Adolf Eichmann ecc.? E veramente il Vaticano fu il crocevia di tutta una serie di iniziative che puntavano a rimettere in piedi il movimento ustascia di Ante Pavelic per organizzare una guerriglia anticomunista contro la Jugoslavia di Tito? Sì, veramente. Già nel 1947 i servizi segreti americani avevano stabilito che «una disamina dei registri di Ginevra inerenti tutti i passaporti concessi dalla Croce Rossa internazionale rivelerebbe fatti sorprendenti e incredibili». Oggi la disamina di quei registri è possibile e Goñi l’ha fatta. E le sue conclusioni sono nette: la Chiesa cattolica non fu solo un complice dell’«operazione Odessa» ma la sua protagonista indiscussa: oltre a monsignor Montini i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (quest’ultimo, argentino, nel 1960 espresse pubblicamente - «bisogna perdonarlo» - il suo rincrescimento per la cattura di Eichmann da parte degli israeliani), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, il futuro cardinale genovese Siri, il vescovo austriaco Alois Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell’Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il vescovo argentino Augustín Barrère. I documenti citati da Goñi sono molti e molto convincenti, da una lettera del 31 agosto 1946 del vescovo Hudal a Perón che chiedeva di consentire l’ingresso in Argentina a «5 mila combattenti anticomunisti» (la richiesta numericamente più imponente emersa dagli archivi) all’intervento di Montini per esprimere all’ambasciatore argentino presso la Santa Sede l’interesse di Pio XII all’emigrazione «non solo di italiani» (giugno 1946). Non si tratta di iniziative estemporanee e certamente la loro rilevanza storiografica non può esaurirsi in una lettura puramente «spionistica». Un versante della seconda guerra mondiale trascurato dagli storici è quello che vede gli Stati latini, cattolici e neutrali, europei e sudamericani, protagonisti di vicende diplomatiche segnate però da un particolare contesto culturale e ideologico: nella cattolicissima Argentina (la Vergine Maria fu nominata generale dell’esercito nel 1943, dopo il golpe dei militari) ci si cullò nell’illusione di poter formare insieme con la Spagna e il Vaticano una sorta di «triangolo della pace», per preservare «i valori spirituali della civiltà» fino a quando la guerra in Europa continuava. Un progetto più ambizioso puntava a unire, con la leadership del Vaticano, i paesi dell’Europa cattolica, Ungheria, Romania, Slovenia, Italia, Spagna, Portogallo e Francia di Vichy per integrarli nel «nuovo ordine europeo» voluto dai nazisti; in quel periodo (1942-1943), in Sud America governi filonazisti esistevano già in Argentina, Cile, Bolivia e Paraguay: il disegno era di conquistare a un’alleanza in chiave antiamericana anche il piccolo e democratico Uruguay e il grande e cattolico Brasile. Questi disegni naufragarono tutti sotto il peso delle rovinose sconfitte militari dell’Asse ma furono l’humus ideologica da cui nacque nel dopoguerra la rete di «Odessa». La centrale italiana operò soprattutto per il salvataggio degli ustascia di Ante Pavelic. Alla fine della guerra ce n’erano migliaia, sparsi nei vari campi a Jesi, Fermo, Eboli, Salerno, Trani, Barletta, Riccione, Rimini ecc. Una poderosa ricerca ora avviata dal giovane storico Costantino Di Sante sta facendo luce su una delle pagine più oscure di quel periodo. Si trattava di criminali macchiatisi di delitti che avevano suscitato orrore perfino nei loro alleati nazisti (che biasimarono «gli istinti animaleschi» dei croati): fucilazioni di massa, bastonature a morte, decapitazioni, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%. Alla fine della guerra circa 700 mila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa ma nell’elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari. Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che coniugava le nozioni di «purificazione» religiosa e «igiene razziale» con un appello affinché la Croazia «fosse ripulita da elementi estranei». Gran parte di questi criminali si salvò passando da Roma verso l’Argentina: la via di fuga portava a San Girolamo, un monastero croato sito in via Tomacelli 132. Parlando del loro capo, Ante Pavelic, un rapporto dei servizi segreti americani concludeva: «Oggi, agli occhi del Vaticano, Pavelic è un cattolico militante, un uomo che ha sbagliato, ma che ha sbagliato lottando per il cattolicesimo. È per questo motivo che il Soggetto gode ora della protezione del Vaticano». Alla fine, tra il 1947 e il 1951, secondo i dati raccolti da Di Sante, furono 13 mila gli ustascia che riuscirono a salvarsi usando il canale italoargentino.


La Stampa, 3-11-2003







Il medico del lager di Auschwitz partì per il Sudamerica da Genova



L'Argentina apre gli archivi sulla fuga dei nazisti



La decisione di Kirchner su richiesta del Centro Wiesenthal. Trovate la scheda di Mengele e carte sui criminali ustascia

MILANO - La fuga in Sudamerica Josef Mengele comincia a prepararla nell’aprile 1948: il Terzo Reich è caduto e per il medico del campo di sterminio di Auschwitz l’Europa tornata alla democrazia non è più un luogo sicuro. Dopo i primi tempi di clandestinità, il dottore dei Lager si decide a lasciare il vecchio continente. E si procura ciò che gli serve. Un nuovo nome: diventa l’altoatesino Helmut Gregor. Un nuovo documento: carta d’identità numero 114 con il timbro del comune di Termeno, Bolzano. Un aiuto per imbarcarsi destinazione Buenos Aires: glielo darà l’ufficio di Genova della Delegazione argentina di Immigrazione in Europa. Uno dei punti d’appoggio della rete creata dal presidente Juan Domingo Perón per accogliere sulle rive del Río de la Plata migliaia di criminali di guerra.

PARTENZA DALL'ITALIA - Il 25 maggio 1949 il dottor Mengele sale a Genova sulla «North King», il 22 giugno 1949 è al sicuro, dall’altra parte dell’Oceano. Di questo arrivo oggi esiste una nuova testimonianza: una scheda di immigrazione a nome Helmut Gregor conservata negli archivi argentini e riemersa tra polvere e armadi sigillati grazie a un ordine del ministro degli Interni di Buenos Aires, Anibal Fernández. A impegnarsi per l’apertura dei registri che quasi sessant’anni fa annotarono l’ingresso di Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Martin Bormann, Erich Priebke e altre migliaia di nazisti più o meno noti in Argentina è stato il presidente Néstor Kirchner. Una promessa fatta al Centro Simon Wiesenthal (insieme all’assicurazione che il governo si occuperà anche dell’estradizione dell’italiano Bruno Caneva, 91 anni, accusato dell’eccidio di 82 partigiani a Pedescale). Di qui, l’ordine di Fernández alla Direzione nazionale delle migrazioni (che dipende dal ministero degli Interni) e la scoperta dei nuovi documenti, con un lunghissimo elenco di nomi tedeschi, croati, austriaci, belgi, francesi e anche molti italiani.


SCOOP - Tutti nuovi tasselli da inserire in una storia che in Argentina ha in gran parte ricostruito il giornalista Uki Goñi (è stato proprio il suo La auténtica Odessa , pubblicato nel dicembre 2002, a spingere il centro Simon Wiesenthal a chiedere l’apertura degli archivi). Nel libro Goñi racconta di alcune riunioni alla Casa Rosada - in particolare ce n’è una ben documentata del dicembre ’47 - tra Perón e nazisti tedeschi, francesi e belgi per la creazione di una rete di assistenza ai criminali in fuga, con basi in sei Paesi europei tra cui l’Italia. L’organizzazione poteva contare sul sostegno di alcuni settori della Chiesa cattolica.

PERCHE' L'ARGENTINA - Ma perché questo impegno del presidente argentino? Goñi lo spiega in un’intervista al quotidiano Página 12 : «Perón faceva un favore ai nazisti che portava in Argentina. Faceva un piacere a se stesso, nell’idea che questa gente avrebbe potuto essergli utile come agenti anticomunisti. Faceva un favore agli Alleati eliminando i collaborazionisti che non potevano portare davanti alla giustizia. Infine rendeva un servizio alla Chiesa. Uno dei documenti che ho trovato mostrano che il cardinale argentino Caggiano andò in Vaticano nel ’46 offrendo a nome del governo di Buenos Aires il proprio Paese come rifugio ai criminali di guerra francesi nascosti a Roma».


LA «CIRCOLARE 11» - Al tempo stesso in Argentina continuava ad essere applicata la «Circolare 11» del ’38 - precedente all’arrivo al potere di Perón - che indicava alle ambasciate di Buenos Aires in Europa di negare i visti agli ebrei che tentavano di sfuggire alla repressione nazista. Numerose testimonianze riferiscono che i sopravvissuti che provarono a lasciare l’Europa anche dopo la caduta del regime di Hitler incontrarono molte resistenze, e furono costretti a pagare quote anche alte per rendere benevoli i funzionari dei consolati. Negli archivi della Direzione migrazioni molti documenti sono stati bruciati, anche in anni recenti. Ma ne restano molti altri di grande interesse. Página 12 ha pubblicato alcune anticipazioni. La scheda di Mengele, innanzitutto. Ma anche un voluminoso dossier che testimonia l’ingresso in Argentina di 7.250 croati, fra cui i peggiori criminali di guerra nazisti dell’epoca.


«PROFUGHI CROATI» - L’operazione di espatrio comincia con una lettera a Perón di due frati francescani che chiedono al presidente di farsi carico della sorte di 30 mila «profughi croati» in Italia e Austria, e di accoglierli come lavoratori nelle proprie terre.
Firma in calce del cardinale Copello, primate della Chiesa argentina. I documenti per arrivare in Sudamerica saranno in molti casi passaporti della Croce Rossa emessi dal Vaticano. I nomi degli aspiranti contadini sono del calibro di Ivo Heinrich, consigliere finanziario del leader ustascia Ante Pavelic; Friedrich Rauch, che portò via per ordine di Hitler l’oro della banca centrale di Berlino; e Eugen Kvaternik che riuscì a scandalizzare lo stesso Himmler proponendo ai nazisti lo sterminio di due milioni di serbi.


Alessandra Coppola

29 luglio 2003






Le complicità della chiesa genovese nella fuga dei criminali di guerra

da ADISTA, Agenzia d'informazione sul mondo cattolico e le realtà religiose


N°65 del 20 settembre 2003

Aiuto, sostegno logistico, documenti falsi. La Curia genovese, terminale periferico di un sostegno ecclesiastico che partiva direttamente da Roma, spianò ai criminali di guerra nazisti, ustascia e fascisti la strada verso la libertà. Chi avrebbe dovuto contribuire alla loro cattura, favorì invece la loro impunità: la denuncia viene dal quotidiano genovese "Il secolo XIX", che in una lunga inchiesta, partita il 31 luglio e durata più di un mese, ricostruisce l'intricata vicenda di quella che è stata definita la "ratline", la "via dei topi" organizzata in Europa nel dopoguerra per consentire la fuga, prevalentemente in Argentina ed in altri Paesi latinoamericani, di criminali di guerra ricercati.

L'antefatto

L'inchiesta del "Secolo XIX" prende avvio dalle notizie contenute nei documenti degli archivi della Direzione nazionale delle migrazioni, in Argentina, resi pubblici lo scorso luglio per decisione del presidente Néstor Kirchner. Con questa decisione, Kirchner aveva dato seguito ad un impegno preciso preso con il Centro Simon Wiesenthal, specializzato nella ricerca dei criminali di guerra, che voleva chiarezza in merito alle precise denunce delle collusioni tra governo argentino e reduci del Reich contenute in un libro, intitolato "La auténtica Odessa", pubblicato dal giornalista Uki Goñi nel dicembre 2002. Lo scrittore aveva passato un anno negli archivi dell'Hotel de Inmigrantes, un vecchio albergo che custodisce i fascicoli del Centro di Immigrazione di Buenos Aires, cercando le tracce del passaggio di alcuni immigrati "eccellenti" in Argentina nel dopoguerra. Rovistando tra centinaia di migliaia di cartoline di sbarco aveva trovato anche quelle relative a molti gerarchi nazisti, fascisti e ustascia, rintracciando i numeri dei relativi dossier custoditi nell'archivio riservato dell'hotel. Il quotidiano argentino "Página 12" nei mesi scorsi ha seguito con interesse le rivelazioni del libro di Goñi, rilanciandole e facendole divenire un caso nazionale: per tutte queste ragioni, a luglio, i dossier sono stati messi a disposizione degli studiosi, anche se, per ora, secondo quanto scrive "Panorama" del 29 agosto, sono saltati fuori solo due dei 49 fascicoli richiesti dal centro Wiesenthal, contenenti informazioni su appena 17 dei 68 criminali di guerra segnalati.



Le complicità della Chiesa nella "ratline"

In una intervista rilasciata a "Página 12" e ripresa il 29 luglio dal "Corriere della Sera", Goñi racconta i motivi che spinsero l'allora presidente argentino Juan Domingo Perón a stringere un legame coi nazisti: "Perón faceva un favore ai nazisti che portava in Argentina. Faceva un piacere a se stesso, nell'idea che questa gente avrebbe potuto essergli utile come agenti anticomunisti. Faceva un favore agli Alleati eliminando i collaborazionisti che non avrebbero potuto portare davanti alla giustizia. Infine rendeva un servizio alla Chiesa. Uno dei documenti che ho trovato mostrano che il cardinale argentino Caggiano andò in Vaticano nel '46 offrendo a nome del governo di Buenos Aires il proprio Paese come rifugio ai criminali di guerra francesi nascosti a Roma".


Insomma, Peron collaborò a creare una sorta di rete internazionale che doveva favorire l'ingresso di criminali di guerra nel proprio Paese. Con il sostegno anche di una parte delle gerarchie ecclesiastiche.
A Buenos Aires agivano i cardinali Antonio Caggiano e Santiago Copello. Dalla seconda metà del 1947 ai primi anni Cinquanta il terminale europeo della "rotta dei topi" fu a Genova in via Albaro, al numero 38 presso Villa Bombrini, ora sede del Conservatorio e all'epoca sede della Daie, Dirección Argentina de Immigración Europea. L'ufficio era retto da un ex capitano delle Ss, Carlos Fuldner, amico di Peron.


"Era l'ufficio della Daie in Genova - spiega Uki Goñi - che si occupava di far pervenire a Buenos Aires l'elenco dei criminali nazisti da mettere in salvo. A Buenos Aires la pratica veniva evasa dalla Sociedad Argentina de Recepción de Europeos fondata nel maggio del '47 da Pierre Daye, un criminale di guerra belga in stretti rapporti con Peron e con l'arcivescovado argentino. Tanto stretti che le prime riunioni della Sociedad si tennero alla Casa Rosada e che la prima sede della Sare si trovava in via Canning 1358, un vecchio palazzone di proprietà della curia di Buenos Aires".


Fuldner redigeva a via Albaro gli elenchi dei nazisti da far fuggire, li spediva in Argentina e da lì, in poche settimane, giungevano i visti di ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la Sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave che salpasse per l'Argentina. È ormai certo che, in quegli anni, passarono per Genova, e di lì fuggirono in Sudamerica, criminali del calibro di Klaus Barbie ("il boia di Lione"), Adolf Eichmann (il pianificatore dello sterminio degli ebrei, rapito dal Mossad nel '61 e impiccato in Israele l'anno dopo), Josef Mengele (il "dottor morte"), Erich Priebke, il dittatore croato Ante Pavelic.


Il ruolo della Curia genovese


Goñi sostiene il diretto coinvolgimento del card. Giuseppe Siri (eletto vescovo ausiliare di Genova l'11 marzo 1944, e arcivescovo della stessa città il 14 maggio 1946) nel sostegno alla rete di fuga per i criminali di guerra, tramite le due associazioni, entrambe da lui fondate, che la Curia genovese possedeva per l'assistenza dei profughi [una tesi contenuta già nelle risultanze della Ceana (Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina, costituita da Menem nel '97) e raccontata nel libro "La via dei demoni", del giornalista di "Repubblica" Giovanni Maria Pace]. Una di queste associazioni si chiamava Auxilium ed era nata nel '31, come ente di assistenza e beneficenza.
 
Giuseppe Siri
 La seconda, chiamata "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina", nacque invece nel '46. Racconta Goñi nel suo libro che il nome di Siri comparirebbe negli archivi del Nara (National Archives and Records Administration) del Maryland, Stati Uniti. In una nota del Central Intelligence Group (Cig, creata da Truman nel '46 e sostituita alla fine del '47 dalla Cia), datata 21 gennaio 1947 e recuperata da Goñi nel corso delle ricerche per il suo libro, si afferma che Siri dirigeva "una organizzazione internazionale il cui scopo era favorire l'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica (...). Questa classificazione di anticomunista deve estendersi a tutte le persone politicamente impegnati contro i comunisti, ovvero fascisti, ustascia, e altri gruppi simili".


Operativamente sarebbero stati tre sacerdoti ad impegnarsi in prima persona per preparare la fuga dei criminali. Uno era un prete croato, Karl Petranovic: dai primi mesi del 1946 ai primi mesi del '52 avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e Comitato nazionale emigrazione in Argentina. In Croazia era stato parroco di Ogulin e cappellano di un reggimento ustascia. Fuggito nel '45, passò prima a Trieste e poi a Milano, presso il cardinale Shuster, che lo avrebbe inviato a Genova, raccomandandolo a Siri con questo biglietto, il cui contenuto è stato rivelato il 2 agosto dal "Secolo XIX": "Eccellenza reverendissima, don Carlo ha conoscenza, in lingua e in cultura, della situazione dei rifugiati e dei profughi di guerra dell'Est e della Germania. Per questo è persona che può sostenere l'opera di carità dell'Auxilium". A Genova Petranovic, racconta "Il Secolo XIX" (4/8), "dipendeva direttamente dalla Curia genovese" e si occupava di fare "la spola tra Auxilium e Comitato nazionale per l'emigrazione in Argentina. Ha il diritto di usare la Mercedes nera, con targa diplomatica della Città del Vaticano, di Siri; viaggia spesso, di notte, tra Genova e Roma, e ritorna, sempre di notte, portando una 'valigia diplomatica'. Contiene i passaporti per una nuova vita dei nazisti in fuga" (2/8). Petranovic, che si allontanò da Genova nella primavera del '52, oggi ha 83 anni e vive in Canada, in una zona al confine con gli Stati Uniti, ospite di una comunità di suore.


A Genova operava un altro sacerdote. Era don Edoardo Dömöter, francescano di origine ungherese, divenuto, alla fine degli anni '50, parroco della chiesa di Sant'Antonio di Pegli. Secondo quanto riportato dal "Secolo", Goñi ha rintracciato negli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra una richiesta, la numero 100940, sottoscritta e inoltrata da padre Dömöter alla sede genovese della Croce Rossa di passaporto per tale Riccardo Klement, in realtà Adolf Eichmann.
A fare da spola tra Genova e Roma, tra un ufficio aperto in Albaro dalla delegazione argentina e gli uffici romani della Croce Rossa per procurare documenti falsi, c'era, infine, don Krunoslav Stjepan Draganovic, che per Giovanni Maria Pace era un "ex colonnello ustascia" ("Repubblica", 24/2/2000), e che fu fondatore della Confraternita Croata del Collegio di San Girolamo degli Illirici


È lui che ha firmato il passaporto rilasciato dalla sede genovese della Croce Rossa il 16 marzo del 1951 intestato a Klaus Altmann, meccanico di origine tedesca in procinto di imbarcarsi sul piroscafo "Corrientes" alla volta di Buenos Aires, sotto la cui falsa identità si nascondeva Klaus Barbie. Il documento originale, racconta il 27 agosto "Il Secolo XIX", fu trovato da Uki Goñi nella sede ginevrina del comitato internazionale della Croce Rossa.
Sull'attività di Draganovic a favore dei criminali di guerra il 28/8 "Il Secolo XIX" ha pubblicato il testo di un rapporto del Foreign Office inglese nel quale si dice che il prete, definito "la mente che sta dietro l'organizzazione ustascia in Italia", interveniva "ripetutamente e vigorosamente al quartier generale della Croce Rossa Internazionale di Roma" nel tentativo "di influenzare la graduatoria di profughi croati che si stanno prendendo in considerazione per l'assistenza". "L'influenza della Confraternita di San Girolamo sui campi profughi - dice il rapporto (che cita anche Petranovic come "persona che con ogni probabilità coincide con il collaborazionista croato ricercato P. 993") - sta aumentando sempre più e pare che al dottor Draganovic siano stati accordati strumenti e mezzi di natura ufficiosa che gli consentono di recarsi di persona ai campi per consultare i vari leader ustascia".


La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti secondo le ricostruzioni fatte dal Goñi e riferite dal "Secolo XIX" facevano capo, a Roma, a mons. Alois Hudal, rettore fino al '52 del Collegio tedesco di S. Maria dell'Anima, e vescovo con manifeste simpatie naziste che da Roma inviava le richieste di visti. Racconta "Il Secolo XIX": "Nella relazione conclusiva presentata dal Ceana nel 1999 si fa riferimento in particolare a una lettera del 31 agosto 1948 in cui il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma 'per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica'".


Su tutto quanto denunciato dal quotidiano genovese, ad agosto sia il vicepresidente della Camera Alfredo Biondi che il senatore diessino Aleandro Longhi hanno chiesto la creazione di una commissione parlamentare di inchiesta.






Dal sito storian.net



La fuga dei criminali nazisti e ustascia in Sudamerica fu agevolata da organizzazioni cattoliche. Con la Guerra Fredda i nemici di ieri diventavano gli alleati di oggi.



"Ratline", il patto con il demonio



di RENZO PATERNOSTER



Questa è una storia sporca con un'altrettanto sporca morale. Una storia in cui le vittime sono state uccise due volte, perdendo ancora. Mentre molti carnefici hanno vinto ancora, ottenendo la possibilità di una nuova vita. Con la scusa di combattere il comunismo molti criminali sono stati "perdonati", passando da nemici di ieri ad amici di oggi.


Un romanzo di Frederick Forsyth, Dossier Odessa, racconta di un gruppo di membri delle SS che, in previsione della sconfitta, si erano raccolti in un'organizzazione segreta chiamata O.D.E.SS.A., acronimo di Organisation der Ehemaligen SS-Angehorigen ("Organizzazione degli ex-membri delle SS").


Questo organismo aveva il triplice scopo di salvare i camerati dalle forche degli Alleati, esportare gli ingenti capitali che molti ufficiali tedeschi avevano accumulato negli anni del nazismo (soprattutto quelli proveniente dalla confisca di beni, preziosi e quant'altro ai deportati nei campi di sterminio) e creare un Quarto Reich che completasse l'opera di Hitler.
Per quanto romanzesca sia la trama inventata da Forsyth, il suo racconto però si avvicina in modo inquietante alla realtà. Infatti, già a due mesi dalla fine della guerra, furono approntati i primi piani di fuga per i dirigenti nazisti: il ministro dell'Interno del Reich e comandante delle Schutzstaffel (le famigerate SS) Heinrich Luitpold Himmler, quando vide che tutto era perduto, diede vita all'operazione Außenweg, affidandone la direzione al giovane capitano delle SS Carlos Fuldner.
Alöis Hudal
Non solo Odessa è quindi esistita davvero, ma il cuore e il cervello dell'intera operazione era a Roma nel cuore del Vaticano. Attraverso la cosiddetta "Via dei Monasteri" (detta anche ratline o Rattenlinien ovvero la "via dei ratti"), la Chiesa cattolica non fu solo complice dell'operazione, ma protagonista indiscussa a vari livelli: i suoi vertici furono i cardinali Eugène Tisserant e Antonio Caggiano (francese il primo e argentino il secondo), mentre la dimensione operativa fu curata da una pattuglia di alti prelati, tra cui il futuro cardinale genovese Giuseppe Siri, il vescovo austriaco Alöis Hudal, parroco della chiesa di Santa Maria dell'Anima in via della Pace a Roma e guida spirituale della comunità tedesca in Italia, il vescovo argentino Augustín Barrère, il sacerdote croato Krunoslav Draganovic, il francescano ungherese della parrocchia di Sant'Antonio di Pegli a Genova, Edoardo Dömoter, padre Carlo Petranovic, il sacerdote pallottino Antonio Weber e molti uomini che facevano parte dell' "Entità", il servizio segreto del Vaticano. Monsignor Montini (il futuro papa Paolo VI) era a conoscenza della cosiddetta "Via dei Monasteri" (secondo alcuni storici il futuro Paolo VI fu, assieme a Tisserant e Caggiano, uno dei "progettisti" della via di fuga dei criminali nazisti).

La fuga verso "porti sicuri", non riguardò unicamente i criminali di guerra tedeschi, ma anche molti ustascia (termine che in croato significa "insorgere", "risvegliare" e che è utilizzato per designare gli appartenenti al movimento cattolico-nazionalista croato di estrema destra che si opponeva a un regno di Jugoslavia federativo) e gerarchi italiani.
Questi ultimi, come Cesare Maria De Vecchi e Luigi Federzoni, espatriarono quando ancora erano ricercati dalla giustizia, grazie ai documenti falsi e alla protezione dei salesiani.
Più eclatanti sono invece le protezioni garantite agli ustascia. Si trattava di criminali che, per conseguire il risultato di uno Stato (la Croazia) razzialmente puro e cattolico al 100%, non avevano esitato a compiere fucilazioni di massa, decapitazioni, bastonature a morte, suscitando orrore perfino negli alleati nazisti.

Alla fine della guerra circa settecentomila persone erano morte nei campi di sterminio ustascia a Jasenovac e altrove: le vittime appartenevano soprattutto alla popolazione serba ortodossa, ma nell'elenco figuravano anche moltissimi ebrei e zingari.
Il principale teorico del regime croato, Ivo Gubernina, era un sacerdote cattolico romano che predicava la "purificazione religiosa" e l'"igiene razziale" per fare della Croazia una "terra ripulita da elementi considerati estranei".


Molti ustascia, a iniziare dal dittatore fantoccio Ante Pavelic, beneficiarono dell'aiuto della Chiesa di Roma. Pavelic fu nascosto fino a maggio del 1946 nel Collegio Pio Pontificio, quindi trasferito in un edificio del complesso di Castelgandolfo, residenza estiva dei pontefici, dove quasi ogni settimana si riuniva con il cardinale Montini. Nel dicembre del 1946, il leader degli ustascia si rifugiò nel convento di San Girolamo, per poi trasferirsi a Genova. Qui, mentre si stava imbarcando per l'Argentina fu intercettato dai servizi segreti statunitensi e riuscì a nascondersi nel monastero di Santa Sabina. L'11 ottobre 1948 il criminale ustascia riuscì ad imbarcarsi per l'Argentina sulla nave Sestriere, in cabina di prima classe: aveva con se il passaporto della Croce Rossa numero 74369 a nome di Pal Aranyos, un ingegnere ungherese. Lo scortarono due agenti dell'Entità, restando con lui come guardie del corpo per ben due anni.

San Girolamo degli Illirici a Roma

Tra i più noti criminali di guerra fuggiti in Sud America attraverso la Ratline, ricordiamo anche Adolf Eichmann (l'organizzatore della soluzione finale degli ebrei), Josef Mengele (medico autore di efferati esperimenti nel campo di Auschwitz), Heinrich Müller (capo della Gestapo), Richard Glücks (ispettore dei campi di concentramento), Klaus Barbie (comandante della Gestapo a Lione), Erich Priebke (coinvolto nell'eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma), Gerhard Bohne (responsabile del programma di eutanasia per lo sterminio degli handicappati fisici e mentali), Bilanovic Sakic (responsabile del campo di concentramento croato di Jasenovac), Franz Stangl (comandante del campo di concentramento di Treblinka), Walter Rauff (l'inventore dei camion-camera a gas), Edward Roschmann (l'ex comandante del ghetto di Riga), Josef Schwammberger (comandante altoatesino del ghetto di Przemsy), Herman von Alvensleben (responsabile in Polonia della morte di almeno ottantamila persone), Carl Vaernet (medico danese inventore, a suo dire, della "inversione della polarità ormonale", che poteva dare una soluzione al problema dell'omosessualità). A loro si aggiunsero anche criminali di guerra o collaborazionisti francesi del rango di Marcel Boucher, Fernand de Menou, Robert Pincemin ed Emile Dewoitine.
Il dottor Menghele
Molti beneficiarono dell'esilio in Sudamerica. Si trattò nella maggior parte di "manovali" dell'Olocausto e della guerra sporca di Hitler. Tutti iniziarono nella nuova patria una vita tranquilla, col beneplacito dei regimi di destra latinoamericani, soprattutto dell'esordiente regime peronista, ma anche col viatico di Washington.

Molti sono gli studi su questa vicenda, come molti sono i documenti che comprovano le solidarietà e le complicità nella fuga dei criminali di guerra. Come il rapporto finale della Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina (Ceana), costituita a suo tempo presso il Ministero degli Affari Esteri dal presidente argentino Menem e di cui è stato coordinatore scientifico lo storico Ignacio Klich dell'università di Westminster in Gran Bretagna.

L'organizzazione Odessa progettò minuziosi piani di fuga, tracciando tre itinerari principali: il primo partiva da Monaco di Baviera e si collegava a Salisburgo per approdare a Madrid; gli altri due percorsi partivano da Monaco e, via Strasburgo o attraverso il Tirolo, giungevano a Genova (il terminale ove operava l'arcivescovo Giuseppe Siri), dove i gerarchi potevano imbarcarsi verso l'Egitto, il Libano, la Siria, il Sudamerica.


Le vie di fuga convergevano sempre verso Memmingen, un'antica cittadina tra la Baviera e il Württemberg, per poi dirigere su Innsbruck ed entrare in Italia attraverso il valico del Brennero. Gli spostamenti tra Germania meridionale, Austria, Tirolo e Italia settentrionale si svolgevano in grande sicurezza a tappe di circa cinquanta chilometri, a ognuna delle quali corrispondeva una "stazione" gestita da tre-cinque persone che conoscevano solo la stazione precedente e quella successiva.


Il corridoio vaticano comprendeva due vie di fuga: Svizzera-Francia-Spagna-Gibilterra-Marocco-Sudamerica; Svizzera-San Girolamo-Genova-Sudamerica. Il primo fu praticato specialmente dai nazisti e da tutti i collaborazionisti del regime di Hitler, il secondo principalmente dagli ustascia che, prima di fuggire, trovarono sicuro alloggio presso il convento di San Girolamo, un monastero croato in via Tomacelli a Roma.
Come abbiamo visto, il capitano delle SS Carlos Fuldner fu scelto dal Reichsführer delle Schutzstaffel Himmler per coordinare la fuga dei nazisti dalla Germania. L'attività di Fuldner fu frenetica. Egli stabilì contatti a tutto campo per portare a conclusione gli ordini del suo superiore. Il primo contatto permise a Fuldner di ottenere il sostegno dell'allora ministro svizzero di giustizia, Eduard von Steiger, e del capo della polizia Heinrich Rothmund. In questo modo fu allestita alla Markgasse 49 di Berna la "filiale" svizzera di Odessa.
L'altro contatto Fuldner lo ebbe con il vescovo argentino Antonio Caggiano, che portò alla nascita della cosiddetta "Via dei Monasteri". Il capitano nazista incontrò per la prima volta l'alto prelato a Madrid, nel ristorante Horcher in via Alfonso XIII. Caggiano era accompagnato da due uomini dell'Entità (il servizio segreto vaticano), di cui solo di uno si conosce il nome, Stefan Guisan.

Nel 1946 il cardinale Caggiano si recò in Vaticano offrendo alla Segreteria di Stato, a nome del governo di Buenos Aires, la disponibilità del Paese sudamericano a ricevere ex nazisti "perseguitati" dagli Alleati.

Nel frattempo il capitano Carlos Fuldner, che aveva passaporto argentino, divenne direttore della Daie, la "Dirección Argentina de Immigración Europea", con sede a Genova in via Albaro. La Daie divenne il terminale europeo della "via dei topi".
L'ufficio genovese della Daie faceva pervenire a Buenos Aires l'elenco delle persone da ospitare. A Buenos Aires le pratiche erano sbrigate dalla "Sociedad Argentina de Recepción de Europeos" (Sare), fondata nel maggio del 1947 da Pierre Daye, un criminale di guerra belga in stretti rapporti con Peron e con l'arcivescovado argentino.


L'interessamento di Peron e della Chiesa argentina era così alto, che le primissime riunioni della Sociedad si tennero alla "Casa Rosada", mentre la prima sede della Sare si trovava in un vecchio palazzo di proprietà della curia di Buenos Aires, in via Canning.
Ottenuti da Fuldner gli elenchi dei nazisti da far fuggire, la Sare spediva a Genova i visti d'ingresso, completi delle foto dei criminali ma intestate a nomi fittizi. Da Genova, la pratica passava a Roma, dove la sede della Croce Rossa rilasciava i passaporti relativi ai nomi falsi, rispedendoli a Genova. Fatto ciò, bastava trovare posto per i fuggitivi sulla prima nave per l'America Latina.

Il cardinale Giuseppe Siri (eletto vescovo ausiliare di Genova l'11 marzo 1944, e arcivescovo della stessa città il 14 maggio 1946) fu coinvolto direttamente in questi progetti di fuga. Fu tramite due associazioni, entrambe da lui fondate, che la Curia genovese possedeva per l'assistenza ai profughi, che l'arcivescovado di Genova diede assistenza alla rete di fuga.

Il diretto coinvolgimento di monsignor Siri trova conferma non solo nelle risultanze della "Comisión para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina", costituita dal presidente argentino Menem nel 1997, ma anche in una nota del "Counter Intelligence Corps" (servizio segreto militare statunitense), dove si afferma che Siri dirigeva "una organizzazione internazionale il cui scopo era favorire l'emigrazione di europei anticomunisti in Sudamerica [.]. Questa classificazione di anticomunista deve estendersi a tutte le persone politicamente impegnati contro i comunisti, ovvero fascisti, ustascia, e altri gruppi simili".

Le due associazioni che facevano capo all'arcivescovado di Genova erano la "Auxilium", fondata nel 1931 come ente di assistenza e beneficenza, e il "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina", impiantato invece nel 1946. Anche la Pontificia Commissione di Assistenza aveva un ufficio nella stazione ferroviaria della città (Porta Principe).
Un importante centro di accoglienza della struttura gestita da Siri fu la chiesa genovese di San Teodoro, ove molti fuggiaschi sostarono e ricevettero cibo, assistenza, documenti per imbarcarsi sulle navi della salvezza. Il parroco di San Teodoro, Bruno Venturelli, fu ringraziato per il suo operato da William Guyedan, ex ministro francese del governo di Vichy condannato per collaborazionismo.

Importante pedina del canale genovese per la fuga degli ustascia fu padre Karl Petranovic: dai primi mesi del 1946 fino all'inizio del 1952 avrebbe gestito direttamente i rapporti tra Vaticano, Croce Rossa, Auxilium e "Comitato Nazionale Emigrazione in Argentina". Petranovic, già cappellano ustascia, fuggì nel 1945 rifugiandosi a Milano. Da questa città passò a Genova, con tanto di "raccomandazione scritta" da parte del cardinale Shuster: "Eccellenza reverendissima - si legge nel biglietto rivelato il 2 agosto 2003 dal "Secolo XIX" - don Carlo ha conoscenza, in lingua e in cultura, della situazione dei rifugiati e dei profughi di guerra dell'Est e della Germania. Per questo è persona che può sostenere l'opera di carità dell'Auxilium". Petranovic si occupò di prelevare da Roma i passaporti per una nuova vita dei nazisti in fuga. Egli stesso, a sua volta, fuggì in Canada, a Niagara Falls, ospite di una comunità di suore. L'8 giugno 1988, padre Petranovic ottenne anche il titolo di monsignore.
A Genova operava anche un altro sacerdote: don Edoardo Dömöter, francescano di origine ungherese, divenuto, alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, parroco della chiesa di Sant'Antonio di Pegli. Negli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa di Ginevra esiste una richiesta, la numero 100940, sottoscritta e inoltrata da padre Dömöter alla sede genovese della Croce Rossa per un passaporto intestato a tale Riccardo Klement, in realtà Adolf Eichmann.
Adolf Eichmann

A tenere i collegamenti tra nazisti e Vaticano furono Fuldner e padre Krunoslav Draganovic. Quest'ultimo, oltre ad essere segretario della Confraternita romana di San Girolamo, era anche "Visitator apostolico" per l'assistenza pontificia ai croati, cioè un funzionario della segreteria di Stato del Vaticano che dipendeva direttamente da monsignor Montini. Draganovic visitava ufficialmente i campi dei prigionieri di guerra e come Visitator apostolico era riconosciuto come rappresentante della Santa Sede dalle autorità alleate.

Fuldner e Draganovic, si servirono a loro volta di Reinhard Kops, da parte tedesca, e di Gino Monti di Valsassina (nobile italiano di origine croata), da parte vaticana. Reinhard Kops usava il nome fittizio di Hans Raschenbach e un passaporto falso fornito dall'Entità vaticana.
Fu proprio don Krunoslav Stjepan Draganovic ha firmare il passaporto, rilasciato il 16 marzo del 1951 dalla sede genovese della Croce Rossa, a Klaus Altmann, meccanico d'origine tedesca in procinto di imbarcarsi sul piroscafo Corrientes alla volta di Buenos Aires; dietro questa identità si nascondeva Klaus Barbie.

Tra le altre persone "difese" da Draganovic figurano gli ex-ministri del governo ustascia Dragutin Toth, Vjekoslav Vrancic, Mile Starcevic e Stjiepo Peric, così come l'ex-capo dell'aviazione Vladimir Kren. Alcuni di loro si nascondevano all'interno dell'Istituto di San Girolamo o in Vaticano.

Il terminale austriaco di Draganovic fu padre Vilim Cecelja, già collaboratore del regime di Ante Pavelic durante la guerra e schedato dal governo di Tito come criminale di guerra numero 7103. Cecelja fu il sacerdote che officiò la cerimonia del giuramento di Pavelic, impartendo così la benedizione della Chiesa al regime fantoccio dei nazisti. Provvisto di documenti americani e della Croce Rossa, Cecelja potè svolgere il suo compito viaggiando liberamente nella zona di occupazione statunitense.


La rete di ecclesiastici impegnati nel facilitare la fuga di nazisti e fascisti faceva capo, a Roma, a monsignor Alois Hudal, rettore fino al 1952 del Pontificio Collegio di Santa Maria dell'Anima.


Nella relazione conclusiva presentata dalla Comisiòn para el Esclarecimiento de las Actividades del Nazismo en la Argentina nel 1999, le responsabilità di padre Hudal sono lampanti. In una lettera del 31 agosto 1948 il vescovo Hudal spiega a Peron che i visti richiesti non sono per profughi ma "per combattenti anticomunisti il sacrificio dei quali durante la guerra ha salvato l'Europa dalla dominazione sovietica".


A Roma il vescovo Alois Hudal si servì di monsignor Heinemann e del sacerdote Karl Bayer: il primo era incaricato di esaudire le richieste dei nazisti rifugiati a Santa Maria dell'Anima, l'altro proteggeva e assisteva i criminali nazifascisti in fuga. Quest'ultimo era stato un paracadutista dell'esercito hitleriano, poi imprigionato nel campo di Ghedi, vicino Brescia, e fatto fuggire grazie all'aiuto di Draganovic. Divenuto membro del clero cattolico, fu inserito all'interno dell'organizzazione ecclesiastica che assisteva i criminali nazifascisti in fuga, procurando loro falsi documenti, denaro, cibo, lettere, alloggi.
Karl Bayer ammise (nel libro di Gitta Sereny, In quelle tenebre, Adelphi, Milano, 2005) che papa Pio XII forniva denaro per aiutare i nazisti in fuga, "a volte col contagocce, ma comunque arrivava".

Un altro piccolo pezzo dell'ingranaggio che permise la fuga dei nazisti fu la ricca ereditiera Margherite d'Andurain, che aveva stretti contatti in Vaticano attraverso il nunzio a Parigi e con il vescovo austriaco Alois Hudal. Proprietaria di uno yatch, il Djeilan, la d'Andurain attraversava regolarmente lo stretto di Gibilterra sino a Tangeri. Il 5 novembre 1948 il suo corpo senza vita fu ritrovato nella baia di Tangeri.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica (Parte Terza - Sezione Prima - Capitolo Primo - Articolo 8 - V. La proliferazione del peccato - 1868) si dichiara: "Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità nei peccati commessi dagli altri, quando 'vi cooperiamo': prendendovi parte direttamente e volontariamente; comandandoli, consigliandoli, lodandoli o approvandoli; non denunciandoli o non impedendoli, quando si è tenuti a farlo; proteggendo coloro che commettono il male".
Aiutare criminali a sottrarsi alla giustizia è dunque per la Chiesa un crimine altrettanto grave, che prevede la colpa di chi vi è coinvolto in prima persona e la responsabilità morale di chi lo approva.


L'autodifesa della Chiesa cattolica è sempre consistita nel negare di conoscere l'identità di tali criminali e di voler in ogni caso assicurare assistenza a chiunque. Ma questo, come abbiamo visto, non è proprio vero. Infatti, se non mancarono nella Chiesa "complici" solo per malinteso spirito di carità cristiana (come traspare da diari e testimonianze di alcuni rettori di conventi che, pur conoscendo le "gesta" di alcuni criminali, diedero loro ugualmente rifugio), altri furono favoreggiatori veri e propri, diventando correi per i crimini contro l'umanità.


Anche se molti uomini della Chiesa di Roma, attraverso atteggiamenti ambigui, complicità e vere e proprie attività di copertura e aiuto si sono macchiati di complicità coi nazisti, questo non vuol dire che tutta la Chiesa è criminale [ma i vertici sì, ndr]. Certamente queste complicità sono responsabilità che, oltre ad essere meritevoli della punizione divina (e su questo non ho dubbi!), conseguirebbero anche quella degli uomini. Ma quest'ultima, purtroppo, non c'è stata!



BIBLIOGRAFIA

  • Ratlines, di M. Aarons M. e J. Loftus - Newton & Compton, Roma, 1993
  • Organizzazione ODESSA, di J. Camarasa - Mursia, Milano, 1998
  • Giustizia, non vendetta, di S. Wiesenthal - Mondadori, Milano, 1989
  • La via dei demoni, di G. M. Pace - Sperling & Kupfer, Milano 2000
  • La chiesa cattolica e l'olocausto, di M. Phayer - Newton & Compton, Roma 2001
  • "Dio è con noi!", di M. A. Rivelli - Kaos, Milano, 2002
  • Una questione morale. La chiesa cattolica e l'olocausto, di D. J. Goldhagen - Mondadori, Milano, 2003
  • Operazione Odessa. La fuga dei gerarchi nazisti verso l'Argentina di Perón, di U. Goñi Uki - Garzanti, Milano, 2003
  • I nazisti che hanno vinto. Le brillanti carriere delle SS nel dopoguerra, di F. Calvi - Piemme, Casale Monferrato, 2007
  • La fuga dei nazisti. Mengele, Eichmann, Priebke, Pavelic da Genova all'impunità, di A. Casazza - Il Nuovo Melangolo, Genova, 2007
  • Oltremare sud. La fuga in sommergibile di più di 50 gerarchi nazisti, di J. Salinas J. e C. De Napoli - Tropea, Milano, 2007
  • The Vatican Files, - sito web: http://www.vaticanfiles.net/default_eng.htm



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